Venerdì 12 Aprile 2024

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  • 28/2/2023

Skills-first hiring: un modello di selezione che valorizza le competenze

Lo Skill-first hiring è un modello di selezione del personale che sta facendo discutere molto negli USA, dove meno della metà della popolazione ha una laurea e oltre il 70% degli annunci di lavoro la richiede. Una valida alternativa al modello tradizionale o una mera necessità per avere un campione più ampio di candidati tra cui scegliere? A cura di Alessandra Forlanelli, Orientatrice Asnor.

Skills-first hiring, cos’è

Lo skills-first hiring è un modello di selezione del personale che si focalizza in primis sulle competenze di un professionista invece che sulle esperienze lavorative passate o sui titoli di studio quali elementi predittivi del successo all’interno di un posto di lavoro.

Secondo le ricerche condotte dal team del social network LinkedIn, negli ultimi 7 anni il set di competenze lavorative è cambiato di circa il 25% ed entro il 2027 ci si aspetta che tale numero raddoppi.

L’importanza che rivestono le competenze nel mondo lavorativo non è certo un segreto. L’innovazione tecnologica, i processi di digitalizzazione e tutte le dinamiche del mercato del mondo del lavoro hanno mostrato quanto le competenze tecniche siano in costante trasformazione e diventino obsolete in maniera rapidissima.

Per questo, essere in costante formazione - lifelong learning – al posto di concentrare la propria formazione in un unico punto della propria storia professionale, potrebbe essere la carta vincente per restare al passo con i tempi.

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I vantaggi per datori di lavoro e candidati

Lato candidato, è indubbio che focalizzarsi più sulle competenze e meno sulla modalità di raggiungimento delle stesse, renderebbe più democratico l’accesso a determinati percorsi di carriera. Non tutti hanno i mezzi economici e il tempo per investire in un’istruzione superiore. E non bisogna dimenticarsi che, oltre alla laurea, esistono diversi percorsi alternativi per formarsi quali corsi di formazione, training on the job, certificazioni.

Con il modello di selezione Skills-first hiring, anche i datori di lavoro ne ricaverebbero dei vantaggi. Innanzitutto, questi ultimi avrebbero un bacino di candidati più ampio tra cui scegliere riducendo il cosiddetto talent e skill shortage – noto anche come skill mismatch - ovvero la carenza di lavoratori e personale in possesso di determinate competenze, una delle principali sfide che le aziende si stanno trovando ad affrontare negli ultimi anni.

Quali sono le premesse affinché lo Skills-first hiring funzioni

Vedremo se questo modello dello Skills-first hiring avrà successo, e quando e chi saranno i primi ad attuarlo in Italia. Quello che è certo è che serve un lavoro su più fronti.

Da un lato, le aziende dovrebbero fare il punto su quelli che ritengono essere i requisiti realmente essenziali in sede di definizione dell’annuncio di lavoro. Dall’altro, le stesse dovrebbero investire in percorsi di formazione interna per permettere ai lavoratori di acquisire internamente quelle competenze che mancano loro. Questo avrebbe un risvolto positivo anche sull’employer retention, vale a dire sulla capacità di trattenere i propri lavoratori più talentuosi.

I professionisti, invece, dovrebbero capire quali sono esattamente le esigenze del mercato rispetto al proprio ruolo – banalmente, dovrebbero fare la lista dei requisiti richiesti dagli annunci di lavoro - e colmare eventuali gap attraverso percorsi formativi ad hoc che li rendano appetibili nei confronti del mercato. Prendere in mano le redini della propria carriera e considerare la propria formazione come una propria responsabilità, senza pensare di delegare in via esclusiva questo compito al proprio datore di lavoro, è un passaggio fondamentale.

Il futuro del mondo del lavoro rende indispensabile che il singolo professionista resti aggiornato sui nuovi trend di mercato esplorando e contaminandosi anche rispetto ad ambiti affini. Questo lavoro sulle competenze permetterà anche un passaggio più fluido nel caso si voglia cambiare settore (in Italia, molto difficile a causa della resistenza dei datori di lavoro) o esplorare ruoli affini (ancora più difficile).

Come comunicare le competenze nel modo giusto

Una volta acquisite le competenze per svolgere un determinato lavoro, è fondamentale saperle comunicare.

Se andassimo nella direzione di attribuire maggiore importanza alle competenze, dovrebbero essere messe ben in evidenza. Ed in questo c’è ancora molta strada da fare. Lo vediamo con le decine di CV che riceviamo ogni giorno, dove nella maggior parte dei casi non c’è nemmeno una sezione dedicata alle competenze seppur non manchi mai la storia professionale e l’istruzione ricevuta.

Anche la piattaforma LinkedIn ha perfezionato sempre più la sezione delle competenze. Sembra, infatti, che nel 2022 il 40% dei recruiter su LinkedIn abbia utilizzato le competenze per coprire i ruoli aperti, con un aumento del 20% rispetto all'anno precedente.

Questi datori di lavoro hanno avuto il 60% di probabilità in più di trovare un'assunzione di successo rispetto a quelli che non si sono affidati alle competenze come parte del processo di assunzione.

La laurea va in pensione?

Questo non vuole dire ridimensionare il valore della laurea quanto piuttosto spostare il focus sulle competenze che potrebbero essere raggiunte tramite un percorso di studi superiori o percorsi alternativi. Diverso è il caso delle professioni intellettuali che una laurea la richiedono come il medico, l’avvocato, il notaio, il magistrato, l’ingegnere, professioni che richiedono delle conoscenze e competenze ben specifiche.

Conclusioni

Non so quando sulle offerte di lavoro LinkedIn in Italia vedremo diminuire la richiesta di una laurea come requisito principale. Quello che è certo è che ci vorrà del tempo e che adattarsi a questo nuovo modo di fare ricerca e selezione sarà un processo da raggiungere un passo alla volta.

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