Martedì 28 Maggio 2024

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  • 15/2/2023

Quiet Quitting: significato, possibili cause e intervento in orientamento

Il termine non è nuovo, ma nell’ultimo periodo è tornato di moda sui social. Potremmo tradurlo come “l’abbandono silenzioso”, eppure diversi sondaggi svolti in America sull’onda del fenomeno della Great Resignation ci spiegano meglio e più a fondo il suo significato. Ancora prima di conoscerlo, mi è capitato spesso di notare questo fenomeno in diverse persone in orientamento. Ecco perché il Quiet Quitting è un tema da non sottovalutare. A cura di Dario Madeddu, Orientatore Asnor.

Cos’è il Quiet Quitting e perché non va sottovalutato

Per comprendere il Quiet Quitting, immagina una persona che ogni giorno si alza dal letto e dopo aver fatto colazione ed essersi preparata, si reca in un posto di lavoro dentro il quale farà il minimo indispensabile per non essere licenziata.

La stessa persona risponde “no” a qualsiasi richiesta che possa richiedere uno sforzo eccessivo rispetto alla routine: no agli straordinari, no ai nuovi progetti, no a tutto ciò che esula il trascorrere il tempo necessario con il solito lavoro per poter accumulare le ore utili ad avere lo stipendio.

Ecco, il Quiet Quitting funziona più o meno così. L’Enciclopedia Treccani lo spiega in questo modo:
“La riduzione, in termini quantitativi, dell’impegno dedicato al proprio lavoro, consistente nel fare il minimo indispensabile pur nel rigoroso rispetto delle mansioni assegnate e dell’orario di lavoro”.

Il Quiet Quitting è un fenomeno dietro al quale possono nascondersi diversi aspetti: l’insoddisfazione o semplicemente la voglia di riappropriarsi di spazi e tempi di vita più sani.
A volte è solo passeggero. Altre ancora porta al licenziamento da parte di chi lo pratica o dell’azienda nella quale il quiet quitter lavora.

Chi fa Quiet Quitting, infatti, non per forza lo fa perché non ama più il suo lavoro. I suoi comportamenti potrebbero sembrarci poco rispettosi, ma in realtà come ci hanno spiegato diversi sociologi, dopo lo stop che la pandemia ci ha imposto, la riflessione personale e generale sul mondo del lavoro si è imposta come necessaria.

Chi sottovaluta il fenomeno, in ogni caso, prima o poi dovrà ricredersi: le persone disposte al super-lavoro che non corrisponde ad un equo e congro stipendio per lo sforzo profuso saranno sempre meno. Le richieste di posti di lavoro in smart working, le proposte di una settimana lavorativa più corta, i licenziamenti di massa, i working poor e le persone che si rifiutano di fare lavori sottopagati. Tutto fa parte di un modo differente di vivere e di vedere il lavoro che oggi si sta diffondendo.

Da orientatore affronto spesso il tema, sia personalmente che con le persone in orientamento. Cosa ricerchiamo nel lavoro? Cosa affidiamo al lavoro? Esiste una separazione netta tra lavoro e il resto della nostra vita?

Sono domande alle quali ciascuno di noi può e deve rispondere in maniera differente. Ciò che conta per un orientatore, però, è la scelta che sottostà alla pratica. Meglio ancora, la consapevolezza che porta a determinate scelte. Ecco perché il Quiet Quitting va affrontato seriamente con la persona in orientamento e non va derubricato come una semplice “svogliatezza” o come poca serietà.

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Possibili cause: il mismatching del lavoro

Una delle cause del diffondersi del Quiet Quitting può risiedere in un altro fenomeno diffuso a livello globale, il cosiddetto “mismatching” che riguarda la difficoltà per le aziende di trovare il profilo corretto per la posizione offerta e per le persone di riuscire a fare il giusto match - per l’appunto - tra competenze possedute, posizione offerta e salario.

Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è già conosciuto e studiato, e in tanti provano a comprendere come porre rimedio a un problema che riguarda già più di un miliardo e mezzo di persone al mondo.

È sconvolgente pensare che un terzo della popolazione mondiale occupi una posizione lavorativa non corretta sotto diversi punti di vista. Tutto ciò, a mio avviso, oltre che offrire all’orientamento sempre nuovi spunti e prospettive d’azione, sta generando altri fenomeni sociali.
Tra questi proprio il Quiet Quitting.

Siamo passati (anche se ancora ci siamo dentro) da un modello socio-economico della crescita continua a un nuovo modello dove più che una crescita continua è necessaria una trasformazione continua. Non possiamo continuare a dissipare risorse (di qualsiasi genere, anche personali) per continuare a crescere. Stiamo imparando che dobbiamo trasformare ciò che già abbiamo e sprecare meno. Vale per l’ambiente, per l’economia. Vale anche per noi stessi.

Questi due modelli, soprattutto quando il primo è utilizzato dalle aziende e l’altro dalle persone, si scontrano. Per capire meglio, immagina una persona che è entrata a lavorare con entusiasmo, si sforza di fare anche più di ciò che gli compete e poi alla fine frena perché si stanca o perché prende consapevolezza che tutto il tempo in più che dedicava al lavoro lo vuole nuovamente per sé.

Tutto ciò crea un problema per l’azienda. Si stima che se due persone che operano nello stesso reparto aziendale tirano un po’ i remi in barca, sia necessario assumerne una terza per ovviare al problema. La terza non potrà essere pagata come le risorse che già operavano.

Quindi, in qualche modo, sarà chiamata a dare l’entusiasmo e avrà un salario inferiore.

Possiamo farla anche al contrario. Immagina una persona che lavora da diversi anni all’interno di un’azienda piccola – ne abbiamo migliaia in Italia –, si augura e vorrebbe poter crescere all’interno di quell’azienda. Il suo contratto non parla di ciò, ma il suo contratto psicologico ha ben scritto sopra che quella è un’attesa legittima. Passano gli anni e l’azienda non cresce e non può garantire a quella persona la crescita che da nessuna parte è scritto che ci sarà, ma che lui si attende.

In entrambe le situazioni, il Quiet Quitting è dietro l’angolo.

Si tratta di situazioni che vediamo in tante aziende. Moltiplica tutto ciò per milioni di imprese e – solo fino ad ora – per un miliardo e mezzo di persone. Il fenomeno è sociale e ci dice che dobbiamo scrivere regole diverse per il lavoro.

Come affrontare il Quiet Quitting in orientamento

Da Orientatore, ascolto persone che mi parlano di contratti che scadono, di scatti di anzianità irrisori, di persone che fanno Quiet Quitting e si rivolgono a me per poter cambiare lavoro o capire come ricevere più soddisfazione nel proprio lavoro. Non necessariamente per guadagnare di più. Tutti vogliono sempre e solo una cosa: andare al lavoro con il sorriso. Non tutti i giorni, ma almeno per la maggior parte di essi.
Che si tratti di giovani o di persone con una certa seniority nel proprio ruolo, la prima cosa che cerco di investigare è se davvero il loro problema sia il ruolo che ricoprono. Hanno le competenze giuste per ricoprirlo e le utilizzano in maniera corretta sviluppando un ciclo in cui le competenze possedute non vanno ad invecchiare, ma vengono sempre tenute vive?

Generalmente sì. I problemi derivano dai carichi di lavoro, dalle poche soddisfazioni che ricevono. In Italia, soprattutto nelle piccole aziende, è raro trovare un sistema di feedback che permetta al lavoratore di ricevere gratitudine quando lavora bene e consigli per migliorare quando sbaglia.

Spesso si bada ai risultati numerici che si portano dietro poca umanità. Non solo, c’è chi lavora in ambienti lavorativi “malati”, altri che guadagnano troppo poco anche se viene rispettato il contratto collettivo. In tutti questi casi l’Orientatore può operare per restituire alla persona in orientamento una visione che gli permetta di capire se la scelta fatta tempo fa si possa ancora rinnovare.

Una volta che gli elementi utili sono chiari, sono diversi quelli che ritrovano gli stimoli giusti. Altri capiscono che è arrivato il momento di cambiare definitivamente. Ciò perché il Quiet Quitting era derivato da situazioni che la persona non controllava e sulle quali si era soffermato poco a riflettere.

In altri casi, però, quando il Quiet Quitting è solo voglia di riappropriarsi del proprio tempo e la scelta è consapevole e motivata, beh, allora non possiamo che sperare che in azienda la posizione della persona in orientamento non cambi. In tutti quei casi è l’azienda e chi la guida a doversi porre delle domande e a dover lavorare sulle modalità di lavoro che impone. Evidentemente c’era qualcosa di non corretto all’inizio che poi il lavoratore ha riequilibrato.

Una transizione continua 

Viviamo una transizione continua e assistiamo a un cambio di paradigmi nel mondo del lavoro. Da orientatori abbiamo il dovere di osservarli, capirli, interrogarci. Lavorare sulla transizione significa per l’orientatore essere d’aiuto nel riconoscere i valori attuali, le competenze e poi riuscire a fare il matching tra contesto, valori e competenze.

Come affrontare la transizione lavorativa

Il percorso “Come affrontare la transizione lavorativa”, che io e la Dottoressa Maria Grazia Sasso terremo con Asnor, ha l’obiettivo di formare professionisti che sappiano accompagnare e sostenere i processi di orientamento legati alle transizioni lavorative e quindi anche al Quiet Quitting ed è aperto a tutti gli orientatori, gli psicologi e i professionisti che desiderano aiutare le persone a prendere coscienza e consapevolezza di sé, di ciò che vorrebbero ottenere e dei passi necessari per avvicinarsi al lavoro che desiderano.

Dott. Dario Madeddu

Dott. Dario Madeddu

Orientatore Asnor

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