Domenica 3 Luglio 2022

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La ricerca del senso del lavoro nei progetti di carriera

Diventare protagonisti delle nostre scelte professionali vuol dire lavorare sulla consapevolezza di chi siamo e di cosa ci caratterizza. Nelle consulenze di orientamento, chi fatica a ricollocarsi professionalmente porta con sé la zavorra della confusione: esiste un lavoro adatto a me? Dove posso sentirmi appagato e realizzato? A cura di Gigliola Camponogara, Consulente per le Risorse Umane, e Elisa Severa, Orientatrice Asnor.

 

“Il lavoro dei propri sogni è più spesso creato che trovato: difficilmente si ottiene cercandolo con i soliti sistemi. Ma per poterlo creare bisogna conoscere se stessi”.
(Business Model You - Tim Clark, Alexander Osterwalder, Yves Pigneur)
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Il Life Design

Avete presente quando, da piccoli, ci veniva chiesto cosa vuoi fare da grande? Magari, qualcuno di noi, avrà provato a rispondere. La  domanda, in realtà, è solo apparentemente innocua e potrebbe dare vita a non poche aspettative, in particolare nelle relazioni tra genitori e figli. Da questa angolatura si dà per scontato che tutti, da piccoli, abbiano una vocazione: e chi non ce l’ha? O chi ne ha più di una?
Se da una parte, il quesito iniziale può favorire lo sviluppo di un’autonomia, dall’altra, enfatizzarlo, vuol dire anche correre il rischio di privare un giovane di accedere alla sua fantasia, per darle spazio e ascolto, sviluppare e avere la capacità di interrogarla nel momento in cui si troverà in una fase di scelta, partendo dai suoi interessi più profondi nella costruzione di una carriera lavorativa.

Il Life Design, un metodo innovativo nato a Stanford e ispirato al design thinking, suggerisce di provare a riformulare la domanda iniziale per rispetto della sostanza di cui è fatta la vita, ovvero crescita e cambiamento: in chi o che cosa vuoi trasformarti? Nel percorso dell’esistenza, dopotutto, non c’è una sola e unica destinazione, non troviamo la consistenza di un’unica direzione.

Si stima che oggi il 65% dei bambini di prima elementare faranno un mestiere che ancora non esiste: a motivo di ciò, considerando pure la dinamicità e liquidità del mercato del lavoro attuale, è più realistico pensare che ogni persona ha necessità di un processo per immaginare che cosa vuole, chi vuole diventare, in che cosa decidere di trasformarsi. Come creare una vita. Come trovare un lavoro che soddisfi, che si possa amare.
 

La ricerca del senso del lavoro

Per partire nella ricerca di senso, Susan Cain, nel suo libro “Quiet - il potere degli introversi”, in un mondo che non sa smettere di parlare, propone tre esercizi auto-valutativi:

  • Cosa amavi fare da bambino/a? La risposta può essere fuori bersaglio, l’impulso no. Se volevi fare l'astronauta, che significato aveva per te?
  • Presta attenzione alle mansioni verso cui tendi a gravitare. Quali sono gli aspetti dello studio o del lavoro che ti attraggono e su quali cerchi di passare più tempo possibile?
  • Fai attenzione a ciò che invidi. L'invidia è un brutto sentimento ma dice la verità: in genere, invidiamo quelli che sono o possiedono ciò che desideriamo.

Diventare protagonisti delle nostre scelte professionali vuol dire lavorare sulla consapevolezza di chi siamo e di cosa ci caratterizza, prima ancora del cosa sappiamo fare, per saperlo comunicare al meglio. Rivolgersi ad un professionista di orientamento professionale, vuol dire prediligere uno spazio per la costruzione di nuovi significati, a partire dal senso, a cominciare cioè dal chiederci cos’è il lavoro per noi, cosa rappresenta, prima ancora di un bilancio obiettivo e necessario che ci permetta di riconoscere le nostre competenze personali e tecniche.

Perché, ancor prima di una narrazione professionale, abbiamo bisogno della consapevolezza di un’identità professionale: un luogo dove siamo in grado di comunicare chi siamo, che problemi sappiamo risolvere, e quale promessa di valore possiamo portare in un contesto lavorativo.

 

 A cura di Gigliola Camponogara
 Consulente per le Risorse Umane

 

 

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Il lavoro che ha senso per il candidato

Nel contesto attuale, tra Great Resignation, difficoltà di ricollocazione professionale, incentivi alle assunzioni che non soddisfano le necessità di più utenti, la domanda più difficile a cui rispondere, e che viene vista come un dispendio di energie che non attira il lavoro ma lo allontana, è “Come posso trovare il mio personale senso al lavoro?”.

È l’eco del pensiero comune a rispondere “Ma quale senso, a me basta trovare un lavoro, uno qualsiasi”. Purtroppo, è proprio questa affermazione che ci fa inoltrare a raffica cv, senza pianificare il nostro obiettivo professionale, senza rilevare se siamo in linea con l’offerta a cui ci candidiamo, senza appunto essere mossi da quel senso che può cambiare le nostre giornate.

Nelle consulenze di orientamento, chi fatica a ricollocarsi professionalmente porta con sé la zavorra della confusione: esiste un lavoro adatto a me? Dove posso sentirmi appagato e realizzato? Quando si chiede di scendere più nel dettaglio, ossia cosa voglia dire un lavoro che ha senso per il candidato, questi nella maggior parte dei casi ricollega al solo valore economico l’attribuzione meritevole di senso al lavoro. 

Non individuare nel lavoro solo un motivo di introito economico è possibile o meglio accettabile ai giorni d’oggi? È un desiderio così inaccessibile affermare che il senso del lavoro non sia legato allo stipendio? Molti candidati non solo faticano a trovare lavoro, ma alcuni lo cambiano continuamente, mortificandosi, sentendosi non adatti a un settore, a una mansione, ad una attività da svolgere in team o in piena autonomia, non traendo il minimo piacere dal lavoro ma solo stress. 

Allora si segue una direzione imposta e vincolante, per cercare di rendere soddisfacente il percorso lavorativo, ossia l’ostinazione: “mi forzo a restare in quell’incarico professionale anche se non lo sopporto”, “tutti mi dicono che sono fortunato ad avere un lavoro, anche se non mi piace, a fine mese ho un’entrata”.

Questi ragionamenti, l’assunzione del pensare comune, non ci porta da nessuna parte. Aumentano i malesseri nella mente e nel corpo, e la convinzione che non esiste il lavoro adatto a noi, alle nostre caratteristiche.
 

Obiettivo: imparare a prenderci cura delle nostre passioni

Ma, quali caratteristiche possono essere mai soddisfatte se non le lasciamo libere di esprimersi? Imparare a prenderci cura delle nostre passioni, di quel talento che si manifesta spontaneamente quando l’azione è lasciata libera di fluire dando massima espressione ai nostri bisogni e desideri, ci consente di aprirci al nuovo. Comprendere il proprio disagio rispetto al lavoro che si svolge o che si rifiuta di svolgere, riconoscere le emozioni che vengono a trovarci, abbandonare i pesi della mente, le convinzioni limitanti legate al dovere e alle imposizioni, è possibile. 

E se ci chiediamo se può davvero il lavoro essere fonte di auto-realizzazione, dobbiamo accettare che il concetto di auto-realizzazione è diverso per ciascuno di noi.

Come lo identifico? Un modo utile all’interno di incontri di orientamento, può essere attraverso il bilancio delle competenze, fotografia delle esperienze passate e presenti, in cui rilevare ambizioni e desideri, valori per noi irrinunciabili in un’attività lavorativa, e non solo competenze tecniche e formative. 

Tale strumento serve a esplorare se stessi ma anche il mondo del lavoro che ci circonda. Quante delle competenze che io ravviso in me sono richieste? Sono in grado di comunicarle efficacemente all’esterno? Queste domande guidano un metodo consapevole di ricerca attiva di lavoro, ascoltando come linea guida il proprio benessere e la propria soddisfazione, per sentire che il nostro tempo è impiegato in una direzione di valore a cui attribuire il nostro personale senso.


 A cura di Elisa Severa
 Orientatrice Asnor

 

 

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