Giovedì 29 Gennaio 2026

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Generazioni e orientamento: comprendere la Gen Z per sostenerne crescita e sviluppo

Il concetto di generazione come chiave di lettura dei cambiamenti sociali e culturali. Il ruolo degli orientatori nell’accompagnare la Generazione Z tra fragilità emotive, iper-connessione digitale e ricerca di senso. A cura di Patrick Crocco, Orientatore Asnor, Tutor e Docente universitario, e Giuseppe Prinzivalli, Orientatore Asnor, Psicologo e Docente universitario.

Perché parlare di “generazioni”

Nelle scienze sociali, psicologiche e pedagogiche, il concetto di generazione non è una semplice etichetta, ma una lente interpretativa che consente di osservare le trasformazioni storiche e culturali. Attraverso questa prospettiva, è possibile comprendere come gruppi di individui nati nello stesso arco temporale condividano esperienze formative, contesti sociali e condizioni culturali simili, che incidono profondamente su identità, valori e visioni del mondo.

Karl Mannheim (1952), tra i primi ad approfondire il tema, sottolineava che una generazione non coincide con un insieme di persone nate nello stesso periodo, ma si configura come un “insieme sociale potenziale”. Ciò che la caratterizza è l’aver vissuto eventi ed esperienze formative che plasmano una coscienza collettiva comune.

In quest’ottica, le generazioni non sono semplicemente categorie demografiche: diventano veri e propri attori sociali (Eyerman & Turner, 1998), capaci di orientare valori, stili di vita e modalità di apprendimento.

Nella letteratura recente, si individuano quattro grandi coorti -gruppi di individui nati in uno stesso intervallo temporale:

  • Baby Boomers (1946–1964): cresciuti nel dopoguerra, hanno interiorizzato valori di stabilità, fiducia nel progresso e lavoro a tempo indeterminato.
  • Generazione X (1965–1980): segnata da disincanto e individualismo, ha sperimentato l’ingresso delle tecnologie in modo graduale.
  • Millennials (1981–1995): cresciuti con Internet e globalizzazione, hanno vissuto precarietà e flessibilità come tratti distintivi della vita adulta.
  • Generazione Z (1996–2010): la prima generazione davvero nativa digitale, iperconnessa, multimediale e orientata ai valori di inclusione, sostenibilità e diversità.

Ogni generazione va dunque compresa nel proprio orizzonte storico e culturale, perché ciò condiziona i processi motivazionali, educativi e professionali.

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Identità digitale e iperconnessione

Secondo Prensky (2001), i giovani della Generazione Z sono i veri digital natives: non conoscono un mondo senza smartphone, social media e piattaforme digitali. Internet è percepito come un’estensione naturale delle proprie capacità cognitive.

L’iper-connessione comporta vantaggi (rapidità di accesso all’informazione, capacità multitasking, networking globale), ma anche rischi: frammentazione dell’attenzione, dipendenza da schermi, ansia da prestazione e confronto sociale (Cain, 2018).

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Aspetti socio-relazionali

Twenge (2017) ha evidenziato come gli iGen mostrino una maggiore fragilità emotiva: sono più esposti a sintomi ansiosi e depressivi, legati al costante confronto con standard idealizzati proposti dai social. Allo stesso tempo, rivelano una forte sensibilità verso inclusione, giustizia sociale e sostenibilità ambientale (Seemiller & Grace, 2016; Twenge, 2018).

Stili cognitivi e motivazionali

Rothman (2016) ha mostrato che la Generazione Z fatica a mantenere a lungo la concentrazione: lo span attentivo medio si è ridotto a pochi minuti. I giovani prediligono stimoli brevi, visivi e interattivi rispetto a testi lunghi e lineari.

Questo influisce anche sulla motivazione allo studio: la Generazione Z tende ad apprendere meglio in contesti esperienziali, pratici e multimediali. Le metodologie tradizionali, frontali e trasmissive, risultano meno efficaci. Gli studenti rispondono meglio a strategie student-centered come:

  • Problem-Based Learning (PBL): stimola la soluzione di problemi reali.
  • Flipped classroom: ribalta il paradigma lezione-compito.
  • Gamification: introduce dinamiche di gioco per aumentare il coinvolgimento (Chicca & Shellenbarger, 2018).

Uno strumento decisivo è il questioning, ovvero la capacità di porre domande stimolanti e favorire il pensiero critico (Phillips & Duke, 2001). Tuttavia, la Generazione Z tende a evitare domande in pubblico per paura del giudizio. È quindi necessario creare ambienti sicuri e non giudicanti, incoraggiando anche il self-questioning (Profetto-McGrath et al., 2004).

Le tecnologie digitali, se usate in modo critico, diventano risorsa educativa: piattaforme collaborative, simulazioni, realtà aumentata e strumenti multimediali favoriscono un apprendimento significativo e motivante (Mohr & Mohr, 2017).

In conclusione, la Generazione Z presenta un profilo inedito: competente nell’uso delle tecnologie, sensibile a valori etici e inclusivi, ma fragile sul piano emotivo e motivazionale. Per accompagnare questi giovani occorrono strumenti educativi capaci di coniugare innovazione digitale, supporto socio-emotivo e stimolo alla motivazione intrinseca.

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L’orientamento come relazione significativa

Il legame con figure di riferimento come genitori, insegnanti, tutor condiziona profondamente lo sviluppo della persona, compresa la Generazione Z. Come sottolineato da Bowlby (1969), la qualità dell’attaccamento vissuto determina sicurezza e fiducia nelle relazioni future.

Sempre più ricerche mostrano come questa generazione presenti una maggiore sensibilità emotiva e una percezione di insicurezza rispetto al futuro, amplificate dall’esperienza della pandemia da COVID-19 (Cerutti et al., 2024). Ciò può tradursi in scelte centrate sul presente, a scapito di una progettualità a lungo termine (Twenge, 2017).

In questo scenario, l’Orientatore assume un ruolo prioritario, sostenendo i giovani nel rafforzare fiducia, senso di sicurezza e capacità di progettazione, favorendo un percorso di crescita più consapevole e resiliente (Chicca & Shellenbarger, 2018; Seemiller & Grace, 2016).

La modalità di orientamento deve bilanciare sostegno e autonomia, fornendo strumenti senza risultare eccessivamente direttiva, ma stimolando curiosità e speranza verso il futuro (Phillips & Duke, 2001; Profetto-McGrath et al., 2004).

Non si tratta solo di informare sugli sbocchi scolastici e lavorativi, ma di accompagnare i giovani a “sentirsi”: ascoltare i propri bisogni, riconoscere i segnali del corpo e andare oltre la dimensione puramente cognitiva, per decidere consapevolmente e valorizzare le proprie potenzialità.

Bandura (2000) ha dimostrato come motivazione e percezione di autoefficacia siano strettamente legate: ci sentiamo motivati a perseguire obiettivi solo se crediamo di poterli raggiungere. Tuttavia, l’autoefficacia è influenzata dal senso di insicurezza legato alle prospettive.

Attraverso relazioni di fiducia, l’orientatore aiuta a:

  • chiarire obiettivi e aspettative;
  • individuare bisogni;
  • trasformare difficoltà in opportunità di crescita;
  • costruire progetti di vita coerenti con i valori personali;
  • identificare locus of control e stili attributivi.

Inoltre, come rilevato da Carol Dweck (citata in Carretti et al., 2008), i giovani possono adottare:

  • un mindset entitario, che considera le capacità innate e immutabili,
  • un mindset incrementale, che le vede come modificabili grazie all’impegno.

Gli studenti con mindset incrementale sviluppano motivazione e resilienza, mentre quelli con mindset entitario tendono ad alimentare ansia e rinuncia. In questo senso, l’orientatore, lodando il processo più che il risultato, può promuovere una visione incrementale.

In conclusione, il ruolo dell’Orientatore non si esaurisce nella trasmissione di informazioni, ma consiste nell’accompagnare i giovani nella costruzione di un progetto di vita attraverso:

  • relazioni di fiducia,
  • rinforzo dell’autoefficacia,
  • modelli di comportamento positivi.

In questo modo, l’Orientatore si consolida come figura-chiave per trasformare la potenzialità in realizzazione, accompagnando i giovani dal senso di incertezza alla consapevolezza di sé.

Riferimenti bibliografici

  • Bandura, A. (2000). Autoefficacia. Teoria e applicazioni. Trento: Erickson.
  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. Vol. I: Attachment. New York: Basic Books.
  • Cain, J. (2018). It’s time to confront student mental health issues associated with smartphones and social media. American Journal of Pharmaceutical Education, 82(7), 6862.
  • Carretti, B., Selleri, P., & Trentini, G. (2014). Motivazione e apprendimento. Bologna: Il Mulino.
  • Carretti, B., Selleri, P., & Trentini, G. (2008). Psicologia dell’educazione. Bologna: Il Mulino.
  • Cerutti, J., Burt, K. B., Moeller, R. W., & Seehuus, M. (2024). Declines in social–emotional skills in college students during the COVID-19 pandemic. Frontiers in Psychology, 15, 1371729.
  • Chicca, J., & Shellenbarger, T. (2018). Connecting with Generation Z: Approaches in nursing education. Teaching and Learning in Nursing, 13(3), 180–184.
  • De Bernardi, B. (1992). Motivazione e orientamento scolastico. Milano: FrancoAngeli.
  • Dimock, M. (2019, January 17). Defining generations: Where Millennials end and Generation Z begins. Pew Research Center.
  • Dweck, C. S. (2006). Mindset: The new psychology of success. New York: Random House.
  • Eyerman, R., & Turner, B. S. (1998). Outline of a theory of generations. European Journal of Social Theory, 1(1), 91–106.
  • Hogg, M. A., & Vaughan, G. M. (2016). Social psychology (8th ed.). Harlow: Pearson.
  • Mannheim, K. (1952). Essays on the sociology of knowledge. London: Routledge & Kegan Paul.
  • Mohr, K. A. J., & Mohr, E. S. (2017). Understanding Generation Z students to promote a contemporary learning environment. Journal on Empowering Teaching Excellence, 1(1), 84–94.
  • Phillips, N., & Duke, M. (2001). The questioning skills of clinical teachers and preceptors. Journal of Advanced Nursing, 33(4), 523–529.
  • Prensky, M. (2001). Digital natives, digital immigrants. On the Horizon, 9(5), 1–6.
  • Profetto-McGrath, J., Bulmer Smith, K., Hugo, K., & Hesketh, K. (2004). The questioning skills of tutors and students. Nurse Education Today, 24(5), 363–372.
  • Rothman, D. (2016). A tsunami of learners called Generation Z. Future Internet, 8(2), 1–8.
  • Seemiller, C., & Grace, M. (2016). Generation Z goes to college. San Francisco, CA: Jossey-Bass.
  • Twenge, J. M. (2017). iGen. New York: Atria Books.
  • Twenge, J. M. (2018). Iperconnessi. Torino: Einaudi.

A cura di Patrick Crocco, Orientatore Asnor, Tutor e Docente universitario, e Giuseppe Prinzivalli, Orientatore Asnor, Psicologo e Docente universitario.

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