Sabato 9 Dicembre 2023

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Ascoltare e/o Sentire: quali sono le differenze e i livelli di ascolto

Per il filosofo Plutarco il “Saper ascoltare è fondamentale per poter arrivare alla conoscenza di sé e degli altri, perché la mente ha bisogno di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la conoscenza e la verità”. Quali sono le differenza tra “sentire” e “ascoltare”? A cura di Marco Labate, Orientatore Asnor.

Cosa significa Ascoltare

Nel parlato comune spesso usiamo il verbo sentire come sinonimo di ascoltare, ma di fatto c’è una sostanziale differenza che determina l’unicità di entrambi.

Sentire” è un’attività sensoriale spontanea, involontaria. Si sente con l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto: sento un rumore, sento freddo, sento un cattivo odore. Le orecchie non smettono di sentire neanche quando si dorme. Il cervello filtra continuamente i suoni che gli arrivano e alcune persone sono in grado di ignorare i suoni meglio di altre. Per sentire si usa passivamente l’udito, per ascoltare occorre invece l'utilizzo attivo dell’udito e della vista, con la partecipazione del pensiero stimolato dalle nostre sensazioni.

“Ascoltare” è un’attività intenzionale e volontaria, con la quale stiamo prestando consapevolmente attenzione a ciò che stiamo udendo e che ci stanno comunicando, in modo da volerne comprendere il significato e i contenuti.

Per ascoltare è importante voler comprendere fatti, opinioni, sentimenti altrui e capirne il punto di vista. Per ascoltare dobbiamo essere attenti e realmente interessati. Questo permette di conoscere un fatto o una persona, di migliorarci in una materia.

In termini pratici: sentire ha un carattere oggettivo, ascoltare puramente soggettivo. Usiamo il nostro udito per “sentire” nel 100% del nostro tempo, mentre ascoltiamo per un periodo inferiore che si differenzia da persona a persona. Il sentire è l’attività di sottofondo, il livello “basic”, ed entriamo nel livello “advanced”, quando passiamo all’ascolto e abbiamo deciso spontaneamente di renderci disponibili all’ascolto al pari della nostra necessità di parlare.

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La capacità di saper ascoltare

L’ascolto, incontrando le nostre capacità cognitive, è in grado di elaborare e tradurre le informazioni acustiche in concetti, idee, pensieri e significati. In effetti, l'ascolto può essere pensato come l’atto di applicare un significato al suono, consentendo al cervello di organizzarsi, sviluppare un linguaggio ricettivo ed espressivo e imparare: l'ascolto è dove l'udito incontra il cervello.

Saper ascoltare è un’abilità, parte della capacità umana di comunicare. Tuttavia gli esseri umani possono anche sentire senza ascoltare. Delle volte pensiamo di ascoltare ma stiamo semplicemente sentendo. In altre parole, riceviamo involontariamente i suoni, ma non stavamo ascoltando le parole e non stavamo decodificando i significati.

Così come decidiamo di ascoltare, possiamo anche decidere di spegnere l’ascolto e mantenere la capacità uditiva a regimi basici. Lo stesso livello che applicano le persone che, nonostante le abilità cognitive compromesse o assenti, possiedono comunque un udito normale. Questo perché l'udito è indubbiamente un senso mentre l’ascolto è un'abilità e come tale è frutto della volontà, dell’esercizio e dell’esperienza.

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Gli scopi dell’ascolto

Per il filosofo Plutarco il “Saper ascoltare è fondamentale per poter arrivare a quella conoscenza di sé e degli altri, perché la mente ha bisogno di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la conoscenza e la verità”. Sono due le principali “scintille” primarie che ci fanno entrare nella modalità ascolto:

  • per noi stessi, per ottenere informazioni, per influenzare, prendere decisioni, sviluppare idee, convincerci, per essere ascoltato, per scaricarci;
  • per gli altri, per insegnare, capirli, aiutarli, per convincere, supportare, consolare.

Se prendiamo in esame lo scopo del nostro ascolto, è ancora più evidente la differenza tra sentire e ascoltare. Ciò che ci prefiggiamo come esito a seguito della nostra decisione di impegnarci ad ascoltare, secondo O. Hargie, docente ed esperto di comunicazione, implica un’attenzione particolare se siamo interessati a:

  • concentrarci sui messaggi inviati da altre persone;
  • concentraci sui segnali provenienti di ciò che ci circonda;
  • migliorare la nostra comprensione della comunicazione altrui;
  • valutare criticamente i messaggi degli altri;
  • monitorare i segnali non verbali;
  • indicare che siamo interessati o attenti;
  • entrare in empatia con gli altri;
  • dimostrare che ci prendiamo cura degli altri;
  • impegnarsi in negoziazioni, dialoghi o altri scambi che si traducano in una comprensione condivisa o in un accordo su una questione.

Leggi anche "Mi stai ascoltando? Quattro consigli per essere realmente ascoltati"

I livelli di ascolto

All’interno di una conversazione non ascoltiamo sempre ad un livello costante.
Esiste una classificazione dei livelli di ascolto che prende in considerazione la finalità comunicativa e la dose di ascolto utilizzata che parte da un ascolto quasi totale e scende fino a un ascolto scarso con una dose del sentire predominante.

  • Livello 1: ascoltare per capire, con un ascolto sopra il 90%.
  • Livello 2: ascoltare per ascoltare, con un ascolto intorno al 70%.
  • Livello 3: ascoltare per parlare, con un ascolto più o meno al 50%.
  • Livello 4: ascoltare per sentire, con un ascolto sotto il 20%.

Nell’arco della giornata, la maggior parte di noi utilizza tutti e alcuni dei livelli a seconda della situazione, dell’ambiente e del nostro interesse. L’obiettivo ideale, forse utopico, è quello di riuscire a usare il livello 1 per tutte le situazioni.

Conclusioni, i nemici dell’ascolto

Uno dei maggiori nemici dell’ascolto è il fattore distrazione proveniente da un’interferenza, disturbo o rumore. Alcune volte siamo convinti di ascoltare ma di fatto non lo stiamo facendo perché siamo distratti da altro, anche da noi stessi non facendo tacere il nostro dialogo interiore.

In questo modo, non siamo in grado di mantenere il collegamento a ciò che ci viene trasmesso e l’ascolto perderà di conseguenza la sua efficacia. Non è facile. Ognuno di noi, più spesso di quello che pensiamo, mette se stesso al centro delle proprie attenzioni. 

Ascoltare gli altri significa anche distrarsi da noi stessi, concentrarci esclusivamente nell'accogliere ciò che ci viene comunicato, evitare di pensare di aver già capito o, invece di ascoltare, ragionare solo su ciò che vogliamo dire subito dopo.

Non siamo predisposti per tutto questo, siamo più pronti a predire (azione che piace molto al nostro cervello), interpretare, cercare scorciatoie concettuali e voler intervenire per dire la nostra. Insomma, ci piace comunicare come vogliamo. Di solito, non lo facciamo in contrapposizione volontaria e premeditata - se non in condizioni particolari - ma lo facciamo perché ci viene istintivo.

Siamo nella fase dell’ascolto passivo e in quella che potremmo definire una deriva dall’ascolto interessato che ci porta inevitabilmente verso il sentire o quel tipo di ascolto scarsamente utile, ben lontano dai benefici che entrambi, noi e il nostro interlocutore, vorremmo ricevere il che può rendere la conversazione un esercizio vicino al sentire.

Teniamo in considerazione che questi sono fattori molto comuni e solo una ridotta percentuale di ascoltatori si sente coinvolto emotivamente e quindi in sintonia con il proprio interlocutore.

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Dott. Marco Labate

Dott. Marco Labate

OrientatoreAsnor, Life&Business Coach, Soft Skills Trainer

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