Mercoledì 26 Gennaio 2022

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Cos'è la YOLO economy. Un nuovo scenario per il lavoro e l'orientamento

Il fenomeno della YOLO economy ha preso piega in tutto il mondo con la pandemia da Covid19. Potrebbe apparire come un manifesto del voler vivere alla giornata, e invece si traduce in voglia di vivere una esistenza di senso, bilanciando vita e lavoro, aderendo ai propri valori e facendo scelte in linea con la propria persona. A cura di Vito Verrastro, Orientatore Asnor, Giornalista esperto di comunicazione, Membro del Comitato Tecnico Scientifico di Asnor.

YOLO economy: “Si vive una volta sola”

La pandemia da Covid19 ha agito da detonatore ma la miccia era già accesa da tempo. 
Indagini, rilevazioni e sondaggi lo avevano annunciato a più riprese: lo iato tra la dimensione lavorativa e lo star bene si era acuito da tempo, e malessere e burnout erano in costante aumento. 

Il Covid19 – mettendo tutti noi di fronte a scenari inediti come chiusure, distanziamenti, sofferenza e morte – ha fornito l’opportunità di guardarci dentro, interrogarci, chiederci se continuare con la vita pre pandemia o svoltare, uscendo da quel vortice che ci stava togliendo respiro e capacità di vivere in simbiosi con i nostri valori più profondi.

L'auto-analisi è avvenuta inconsciamente e in simultanea in tutto il mondo, facendo confluire le risposte nel solco di quella che è stata battezzata come YOLO economy, laddove YOLO sta per You Only Live Once, ovvero “Si vive una volta sola”. 

Potrebbe apparire come un disimpegno dalle proprie responsabilità, un voler vivere alla giornata, e invece si traduce in voglia di vivere una esistenza di senso, bilanciando vita e lavoro, aderendo ai propri valori e facendo scelte in linea con la propria persona, più che con fattori estrinseci come stipendio, carriera, benefit.

La YOLO economy nel mondo

I riflessi sono ovunque: in Australia un lavoratore su due pensa di lasciare il lavoro; in Cina i giovani iniziano a rifiutare di lavorare perché si sentono solo un ingranaggio del sistema, mentre nel 2021, negli Stati Uniti, quattro americani su dieci hanno deciso di cambiare lavoro, di abbandonare la propria carriera o di avviare un'attività autonoma lasciando il posto di lavoro in cui avevano vissuto gran parte della loro vita. 
La YOLO economy diventa dunque un vero e proprio spartiacque tra un prima e un dopo, come il Covid19.

E se gli effetti si fanno sentire sul mercato del lavoro statunitense, notoriamente più mobile e aperto di quello europeo, si scopre a sorpresa che la cresta dell’onda inizia ad emergere anche qui in Italia. Francesco Armillei, un ricercatore della London School of Economics e di Tortuga, scavando nelle «comunicazioni obbligatorie» del ministero del Lavoro, ha infatti portato alla luce che, fra aprile e giugno 2021, si sono dimesse in Italia poco meno di mezzo milione di persone, 292 mila uomini e 191 mila donne, con un salto del 37% rispetto al 2020 e con un livello superiore anche ai tempi di ordinaria stagnazione del 2019. 

Riflessi YOLO? È ancora presto per poterlo dire, ma di certo c’è da continuare ad osservare questi flussi.

Giovani e flessibilità

La scintilla iniziale di quello che oggi appare come un movimento trasversale, a livello geografico e anagrafico, è stata innescata dai giovanissimi: Millennials e Generazione Z hanno dato i primi segnali espliciti rispetto alla voglia di un lavoro più allineato con i propri valori e con le proprie necessità, prima su tutte la flessibilità
Non c’è colloquio in cui i talenti più giovani non mettano in cima alle richieste quella di poter lavorare a distanza e, possibilmente, per obiettivi. 
Lato aziende, questo cambiamento spaventa e mette le organizzazioni in posizione di rincorsa: per accaparrarsi i migliori talenti (e magari per farli rimanere), gli imprenditori dovranno per forza di cose cedere alla rigidità e al meccanismo comando-controllo, anacronistico in un mondo che sta facendo crollare il modello piramidale.

Il fenomeno YOLO, Orientatori e soft skills

Il fenomeno YOLO apre agli Orientatori scenari interessanti: poter seguire giovani e meno giovani in un processo olistico di scoperta, di coerenza, di allineamento ai propri valori di fondo diventa infatti una grande missione, che accompagna le persone ad acquisire maggiore consapevolezza di sé e del mercato del lavoro che cambia. 
Arricchendo la propria mentalità -  mindset  - e costruendo uno scopo personale in linea con i propri valori e princìpi, lescelte del domani saranno di sicuro più consapevoli.
Grande impatto, in questo processo, lo giocheranno le soft skills, quelle competenze trasversali che sono i nuovi superpoteri in grado di migliorare la nostra dose di occupabilità e renderci migliori, anche nella vita: prima le acquisiamo, e più le alleniamo, meglio è. 

Se in Italia si inizia a parlare (finalmente!) di didattica orientativa a partire dalla scuola primaria, ci sono esempi nel mondo che dovrebbero raccontarci il senso di questa onda così lunga. A Singapore, dove la disoccupazione praticamente non esiste - eppure ogni lavoratore fa ogni anno un corso di formazione rispetto ad uno dei campi delle proprie passioni, così da rimanere sempre employable - è nato il primo asilo in cui vengono insegnate materie come empatia, grinta (con le sottosezioni determinazione, tenacia e resilienza), public speaking e molto altro, per proiettare i piccoli in percorsi di carriera da CEO, ingegnere, filantropo, atleta, creativo e chef, apprendendo in maniera ludica le abilità ad esso associate come imprenditorialità, programmazione, parlare in pubblico, lavoro di squadra, pensiero progettuale, cucina. 

La scuola materna Trehaus è stata progettata da esperti di educazione precoce di istituzioni tra cui la Bing Nursery di Stanford e la Khan Lab School della Silicon Valley ed accetta bambini dai due mesi ai 6 anni, con corsi in inglese e mandarino.

Magari a Singapore avranno estremizzato il processo, ma poiché molte competenze soft sono comportamentali e riguardano carattere, personalità e mentalità, giocherà un ruolo sempre più decisivo il poter anticipare i tempi di acquisizione di capacità comunicative e relazionali, senso critico, creatività, flessibilità, gestione delle sconfitte e tanto altro che consenta di aprirsi alla realtà in maniera più consapevole. 

Offrire questi strumenti per affrontare la propria vita significherà riempire un bagaglio culturale ed umano che conduca a scoprire e vivere la propria vocazione nel mondo, generando magari valore e bene comune.

In questo articolo si parla di

Dott. Vito Verrastro

Dott. Vito Verrastro

Orientatore Asnor, Giornalista, Founder del Constructive Network

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