Lunedì 27 Settembre 2021

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Il senso del lavoro nella vita delle persone

Qual è il senso del lavoro nella vita delle persone? Una domanda fondamentale per qualsiasi percorso di orientamento, cambiamento e ricerca del lavoro. Approfondimento a cura di Rovena Bronzi, Job Coach, CV Writer, Assistente del personale in Svizzera e laureata in psicologia del lavoro.

Sondaggio sul senso del lavoro nella vita delle persone

Una domanda che reputo fondamentale in qualsiasi percorso di orientamentocambiamento e ricerca del lavoro è: “Qual è il senso del lavoro nella (mia) vita?”. Per affrontare il tema in oggetto sono partita dal porre la domanda sopracitata a un campione di persone con differenti età, ruolo e titolo di studio.

Ciò che è apparso subito evidente è stato come:

  • il mondo del lavoro sia cambiato rispetto al passato;
  • certi paradigmi, ovvero quelle idee, quei punti di riferimento, quelle concezioni radicate che ognuno ha sulla vita e sul lavoro, siano cambiati, ne siano nati di nuovi e non tutti siano sempre funzionali.

Sembra, infatti, che sotto certi aspetti si sia passati da paradigmi che vedevano il lavoro (esclusivamente) come rinuncia e sacrificio, al loro opposto, che lo vedono come motivo (altrettanto esclusivo) di auto-realizzazione e felicità intrinseca, portando di fatto a dedicarsi in toto ad esso e a soffocare, chiudere in gabbia altre forme di felicità solo perché magari in quel momento della vita sono meno pulsanti e quindi richiedono meno attenzioni oppure sono semplicemente meno gratificanti.

Sorprendentemente, tale evoluzione più che dipendere dall’età (vecchie vs nuove generazioni) sembra dipendere dal titolo di studio, dal ruolo, dalla posizione gerarchica o dal contesto sociale di appartenenza - anche se ovviamente non è sempre cosi.

Persone senza un titolo di studio, che hanno iniziato a lavorare in giovane età o che occupano posizioni gerarchicamente meno elevate 

In questa parte del campione, le risposte che prevalgono, oggi come un tempo, sono:

  1. Lo scopo del lavoro è quello di percepire a fine mese un salario e scopo del salario è quello, per i più "fortunati", di costruirsi quella tanto sospirata felicità che si concretizza nel dedicarsi nel tempo libero alle proprie attività, ai propri hobbies e ai propri interessi oppure nel poter rendere felice la propria famiglia, nel comprarsi una casa, andare in vacanza, ecc., mentre per i meno "fortunati" è quello di permettere a se stessi e alla propria famiglia di arrivare a fine mese;
  2. Il lavoro è ancora fortemente concepito in termini di contratto a tempo indeterminatofull time, lo stesso per tutta la vita, ecc; i freelance e i liberi professionisti sono in qualche modo visti come degli "eletti" che a differenza dei “comuni mortali” possono auto-gestirsi e quindi essere più liberi;
  3. Il lavoro è sacrificio, rinuncia, è una necessità, è lo strumento che serve per poter godere di una propria felicità estrinseca, ovvero al di fuori di esso: il non essere felici sul posto di lavoro, il non sentirsi realizzati difficilmente può considerarsi come motivo di cambiamento perché la sicurezza di avere un lavoro e un (buon) salario è l'aspetto rilevante, non certo quello di essere felici sul lavoro. Se lo si cambia è perché si va a guadagnare di più o a star meglio a livello di benefit.

Il resto del campione

Nell’altra parte del campione, il paradigma dominante vede sempre di più il lavoro come motivo stesso di felicità, anche se logicamente è innegabile il fatto che uno dei principali suoi scopi rimanga quello di percepire un salario e quindi di poter vivere dignitosamente.

Pilastri di questo nuovo paradigma diventano cosi termini quali auto-consapevolezzavocazione professionaleobiettivi professionaliprofessioni obiettivo che rispondono ai quesiti "chi sono, cosa so fare, cosa posso fare davvero e cosa voglio fare".

Si parla anche sempre più spesso di formazione, di trasferimento di competenze, di reinventarsi, di flessibilità e di creatività che permettono in qualche modo di esserci nel mondo del lavoro in modo più felice, più attivo, scegliendo da protagonista il "cosa voglio fare nella vita e il chi voglio essere professionalmente".

Da un lato, questo nuovo senso che si attribuisce al lavoro, supportato dai professionisti del supporto alla ricerca lavoro, della consulenza di carriera, dell’orientamento professionale, ecc. ha portato realmente molte persone (persino tra quelle che hanno sempre concepito il lavoro come sacrificio e rinuncia) a voler essere più felici anche professionalmente,perché hanno compreso l'importanza di sceglieredi essere auto-consapevoli di quello che stanno cercando, di chi sono, di cosa vogliono, evitando così di finire per accettare qualsiasi tipo di lavoro o di sopportare qualsiasi tipo di situazione, anche quelle diventate invivibili, nell'idea che il lavoro sia sacrificio o per vari sensi di colpa.

Ma va anche evidenziato “l’altro lato della medaglia” e cioè che è innegabile che abbia portato alla luce anche una maggiore insoddisfazione, un sempre più profondo malessere derivante dal sentirsi chiusi in gabbia, svalutati e “calpestati”, nella nuova profonda concezione che si può e si deve essere felici anche sul lavoro.

Cosi come ha portato alla luce un profondo conflitto tra “seguo la mia strada anche se dovrò affrontare dei sacrifici, delle rinunce oppure l’importante è portarmi a casa un buon salario?”. Un conflitto questo molto diffuso e tra le principali fonti di stress e di ansia, addirittura di sensi di colpa verso le persone che ci sono vicine.
Contro ogni logica, persino il riuscire finalmente ad auto-realizzarsi, e quindi a realizzare quello che è il lavoro dei nostri sogni, può portare a un malessere, se non si riesce a gestire ciò in maniera funzionale.

Sovraccaricare, infatti, l'allenamento di un solo tipo di felicità, nel caso sia quella legata all'attività professionale per esempio, può servire a comprendere un fenomeno abbastanza comune quale il workaholism,vale a dire la passione ossessiva per il proprio lavoro che porta certe persone a vivere in funzione di esso, a identificarsi con esso e a reprimere, chiudere in una gabbia tutto ciò che è al di fuori, nella convinzione che ciò è normale, che fa parte dell’essere felici e appassionati per il proprio lavoro.

Il senso sano e costruttivo del lavoro nella vita

Mettendo insieme quindi questi 2 paradigmi, quello più vecchio e quello nuovo in qualche modo disfunzionale, si può più facilmente comprendere quale debba essere davvero il senso sano e costruttivo del lavoro nella vita di ciascuno: 

  • il riuscire a concepirlo come uno strumento importante (certo, anche necessario se pensiamo all’aspetto economico) ma non l’unico strumento di auto-realizzazione, felicità e valorizzazione;
  • arrivare a comprendere che per sentirsi davvero auto-realizzati e felici è necessario creare un'armonia, un equilibrio tra quelle che sono le 3 sfere, i 3 desideri, i 3 bisogni più importanti della nostra vita (la cura di sé, la cura dell’altro e la cura delle proprie competenze) a ciascuno dei quali corrisponde uno specifico tipo di felicità.

A partire da quelle che sono le priorità, i valori, gli interessi, le passioni, le vocazioni personali di ciascuno, ma soprattutto da un allenamento continuo delle potenzialità in noi maggiormente pulsanti.

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