Domenica 24 Ottobre 2021

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Perché ho scelto la professione di Orientatrice

Ad un certo punto della vita e della carriera mi sono ritrovata a scegliere la professione di Orientatrice. Ma perché voler intraprendere un lavoro di questo tipo? A cura di Paola Castaldelli, Orientatrice Asnor.

Perché sono diventata una professionista dell’Orientamento

Se penso appunto a me e alla mia esperienza, tutto è nato dalla forte esigenza di sentirsi utili. Già in precedenza avevo scelto il mondo delle Risorse Umane, perché mi piaceva l’idea di aiutare le persone a trovare l’azienda che fosse più rispondente alle loro esigenze e di contribuire affinché coloro che erano disoccupati potessero finalmente ritrovare un sostentamento economico per se stessi e la loro famiglia.

Nello svolgere i colloqui di lavoro, sentivo sempre di più che questo matching tra domanda e offerta rischiava di essere arido, perché a volte non fondato sulle domande corrette, e intendo non corrette nel senso che i candidati non cercavano le opportunità davvero in linea con quello che potessero offrire.
Mi accorgevo, cioè, che il matching tra candidati e aziende non avveniva in modo proficuo perché le persone stesse si ponevano verso il mercato con richieste non in linea con chi erano veramente, senza parlare della ricerca di opportunità che rispondessero a ciò che volevano davvero svolgere.

E dal momento che, spesso, le risposte non arrivano perché poniamo domande mal formulate, ho cominciato a pensare che l’aiuto offerto per arrivare in modo mirato a questi quesiti potesse essere ancora più utile del matching stesso.
La prospettiva, dunque, di andare ancora più a fondo ai bisogni delle persone mi ha indotto a riprendere in mano la mia carriera, le mie competenze e la mia formazione, certamente portandomi dietro tutto il bagaglio consolidato fino a quel momento, ma con una nuova prospettiva.

La conoscenza degli strumenti e delle dinamiche tipiche della selezione del personale, credo siano un buon background da offrire agli utenti in fase di orientamento, anche solo per spiegare cosa cercano i professionisti che “sono dall’altra parte”. Ogni argomento, al contempo, è svolto con altre prospettive, e se in selezione si chiede di raccontare ai candidati le proprie competenze tecniche e trasversali, nei percorsi di orientamento si aiutano le persone a riconoscerle.

Nell’affrontare questi nuovi approcci, e per valutare le mie nuove competenze, ho cominciato senza dubbio a operare da Orientatrice, in primis verso me stessa.
Mi sono chiesta quali fossero gli strumenti più efficaci per svolgere al meglio questo lavoro, rimettendomi a studiare, ad esempio, per conseguire un Master in Bilancio delle Competenze, uno strumento ottimale da utilizzare sia per percorsi individuali che di gruppo.

Leggi anche Il bilancio di competenze, uno strumento per cambiare lavoro a qualsiasi età

Nel corso degli anni, il quadro è certamente cambiato e oggi quella dell’Orientatore è una figura più conosciuta, perché piùrichiesta, proprio in virtù delle eccezionali innovazioni che caratterizzano il mondo del lavoro.

È proprio in relazione a questo aspetto, credo che l’orientatore debba porsi obiettivi spesso fraintesi dagli utenti stessi che godono di un percorso di questo tipo.
Credo infatti che il professionista non debba dare risposte, non debba limitarsi a raccontare quali sono i mestieri più ricercati. Credo che l’orientatore abbia il compito di offrire strumenti che l’utente consideri propri e applicabili in qualunque momento della vita ritenga utili.

In cosa consiste (realmente) un percorso di orientamento 

Se nella selezione lavorativa si capisce che il processo è andato bene, perché il candidato e l’azienda si scelgono e concretizzano con un contratto di assunzione, un percorso di orientamento potrebbe concludersi con una piena consapevolezza della persona della scelta professionale da compiere, ma potrebbe anche non succedere subito, perché occorre dare il tempo all’utente di interiorizzare e sedimentare quanto svolto insieme e capire in che modo specifico dare concretezza a quanto affrontato.
E questo implica anche che l’Orientatore non può essere un risolutore di problemi, perché l’Orientatore non offre sempre la risposta concreta e immediata relativa a quale mestiere l’orientato sia più adatto a svolgere - feedback che molto spesso la stessa persona seguita si aspetta di ricevere. 
Seppure i frutti si raccolgano nel medio o lungo termine, la persona è stata orientata all’acquisizione di un metodo, di un approccio, di strumenti che siano utili ed efficaci in qualunque momento della sua vita e a fronte di qualunque scenario economico.
Questo non implica che risultati tangibili non si possano ottenere anche in tempi brevi, e certamente succede che le persone capiscano al volo quello che vogliono intraprendere, attraverso la redazione di un preciso progetto professionale.

Certamente, l’immediato obiettivo che occorre prefiggersi, comune a tutti i percorsi e agli esiti esplicitati, è che l’orientato si sia visto davvero, che possa dire di aver capito meglio o di più di prima le proprie attitudini, passioni e competenze e sappia come approfondirle in piena autonomia.

Credo, dunque, che l’Orientatore debba essere un po’ filosofo nei confronti dei propri utenti; filosofo nel senso maieutico del termine. 
Come faceva Socrate, lOrientatore agevola ad estrarre tutto quanto alberga internamente e invita alla domanda continua,quella che porta a mettersi in gioco tutte le volte che la vita lo richiede.

In questo articolo si parla di

Dott.ssa Paola Castaldelli

Dott.ssa Paola Castaldelli

Orientatrice Asnor

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