Mercoledì 24 Aprile 2024

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  • 7/12/2023

Il supporto delle persone che perdono il lavoro: quattro suggerimenti per orientare

Sappiamo tutti quanto spesso capiti di incontrare persone che, dopo aver perso il lavoro, finiscono per avere una visione della vita negativa e pessimistica. Ecco alcuni suggerimenti su ciò che un Orientatore può fare con questa tipologia di utenza. A cura di Rovena Bronzi, Orientatrice Asnor.

Scopo di questo articolo, che si ispira a un contenuto del blog "La mente è meravigliosa" , è condividere alcuni aspetti importanti inerenti il supporto e l'accompagnamento delle persone che perdono il lavoro.

Percezione del “mi va tutto male” nella persona che perde il lavoro: percezione o dato di fatto?

Sono dell'idea che sminuire il racconto dell'utente, confrontarlo - magari in buona fede - con chi sta per noi oggettivamente peggio o ricondurre il suo malessere a una sola questione di percezione, non sia qualcosa di costruttivo.

A volte si può trattare solo di una percezione, di una paura, o anche di una visione soggettiva della vita, ma molte altre volte purtroppo è un dato di fatto: quando si perde il lavoro, anche tutte le altre sfere della vita (relazioni, famiglia, salute, cura di sé, progetti personali o altri professionali, ecc.) sembrano andare male.

Quando una persona perde il lavoro, quello che spesso ne consegue è un ciclo di negatività che lo porta a pensare che:

  • se si sente responsabile (cause interne di insuccesso) - (Teoria delle 3P): “non ho fallito come lavoratore o nell’area del lavoro, ma sono un fallito come persona e quindi fallirò sempre e in tutte le altre aree della mia vita; non merito successo e felicità; se riuscirò a trovare un altro lavoro sarà solo grazie alla misericordia, fortuna o qualche benefattore”;
  • se non si sente responsabile (cause esterne di insuccesso): “la vita fa schifo, il lavoro fa schifo, tutto e tutti fanno schifo e io non ho alcun potere e controllo sugli eventi, sono in balìa di loro e quindi nulla può dipendere, nel bene o nel male, da me; anche in questo caso, se riuscirò a trovare un altro lavoro sarà solo grazie alla misericordia, fortuna, qualche benefattore”.

Queste condizioni finiscono inevitabilmente per riflettersi sulle azioni, sui comportamenti, sul modo di comunicare, sul modo di agire o non agire per trovare soluzioni, sulle relazioni e sull’immagine di sé.

Altro elemento determinante che entra nel ciclo della negatività è la devastante “profezia che si auto-avvera”. Continuando ad auto-convincersi che una cosa o addirittura tutto andrà male, la persona finirà per mettere in atto tutta una serie di pensieri, comportamenti, azioni, visione di sé altamente negativa e svalorizzante che faranno davvero andar male quella cosa o addirittura tutto (e quindi andrà a confermare la sua profezia).

Tale negatività non potrà che allontanare da quella che è una visione chiara e realistica della realtà, finalizzata a una valutazione oggettiva di se stesso e del contesto di riferimento, in un’ottica di crescita e miglioramento.

L’intervento dell’Orientatore, alcuni suggerimenti

Cosa possono fare gli Orientatori, quando si presentano a loro persone con questa problematica?

Innanzitutto, l’Orientatore può condividere con il suo utente i princìpi della teoria delle 3P (personificazione/permanenza/pervasività) anche come dimostrazione di fiducia su ciò che sta condividendo con noi e sappiamo che a volte può davvero essere come lui ci racconta. Ma non solo.

Ecco alcuni suggerimenti su ciò che può fare un Orientatore, frutto in primis della mia esperienza di Orientatrice:

  1. guidare la persona nel ragionamento in termini di aree di vita, che nel Coaching umanistico vengono chiamate sfere dell’auto-realizzazione, cura di sé, relazioni e ambito del lavoro. Tutte sono collegate le une con le altre e tutte devono essere allenate in un'ottica di auto-realizzazione ma ognuna vive di vita propria;
  2. prima di supportarla nella ricerca di un nuovo lavoro (e se proprio non è possibile prima, almeno parallelamente), allenare la sua auto-efficacia, guidandola (con esercizi specialistici o un Bilancio di Competenze) nel ragionare sui propri successi;
  3. ragionare con la persona anche sui suoi insuccessi e nello specifico per esempio sulle cause del licenziamento;
  4. in ultimo, ma non meno importante, prendere atto che non siamo infallibili e che non possiamo aiutare tutti ma proprio tutti.

Conclusioni

Per certi utenti o per specifiche situazioni, l’unica soluzione (laddove fattibile) può essere il rimando a un aiuto specialistico, come per esempio a un consultorio o a un altro ente pubblico specialistico; e se proprio la situazione diventa insostenibile, arrivare anche a sospendere la presa in carico per dare il tempo di guarire le ferite, elaborare il lutto, risolvere altro di più profondo.

In quel momento, ogni nostro sforzo di supporto e accompagnamento potrebbe non servire o addirittura essere controproducente, ricordiamocelo.

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Dott.ssa Rovena Bronzi

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