Lunedì 21 Settembre 2020

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"È la comunità l'antidoto ai danni psicologici del Coronavirus"

Francesco Marchianò, psicoterapeuta, formatore e terapeuta EMDR, ne è convito: serve senso di comunità per proteggere la mente durante l’emergenza Coronavirus. La crisi sanitaria in atto in Italia sta scuotendo profondamente i cittadini, anche sotto il profilo psicologico. Gestire il propagarsi del contagio e l’isolamento precauzionale non è semplice. Sentirsi parte di una collettività, però, facilita l’adozione di comportamenti responsabili e aiuta a combattere la solitudine.

Ansia, rabbia, depressione. Sono solo alcuni degli effetti psicologici traumatici causati dall’emergenza Coronavirus, che l’Italia sta vivendo dalla metà di febbraio. Mentre tutti sono concentrati sui danni fisici e su quelli economici del Covid 19, cominciano a prendere corpo preoccupanti (ma prevedibili) ripercussioni psicologiche, che minano la serenità di chi è costretto a stravolgere la propria vita. Un problema reale, confermato anche dalla nascita spontanea di numerosi servizi telefonici di supporto psicologico. Attività di fondamentale importanza, come sottolineato anche dal dottor Francesco Marchianòpsicoterapeuta e formatore.

Perché il Coronavirus è pericoloso anche psicologicamente?

Ciò che disturba più l’essere umano in una situazione come quella che stiamo vivendo è l’imprevedibilità. Un virus piccolo, sfuggente e soprattutto sconosciuto ci mette in crisi. L’uomo quando si confronta con il pericolo ha bisogno di vedere il suo avversario. È una questione di bisogno di controllo. Viviamo in un’epoca in cui siamo abituati ad avere risposte e in questo ci si affidati molto anche alle possibilità della scienza, quando questa è titubante e non riesce a dare risposte si ha paura in casi come questo. L’imprevedibilità genera incertezza e questa può diventare un attivatore di malessere psicologico. Il modo in cui è stata gestita e comunicata l’emergenza coronavirus, soprattutto all’inizio, ha ampliato l’incertezza, creando discrezionalità.

Approfondiamo questo aspetto. In che modo le scelte governative e dei mass media hanno accentuato gli effetti psicologici dell’epidemia?

Le persone sono state chiamate a fare i conti con qualcosa che ha fatto irruzione nelle loro vite e in quel momento non hanno avuto risposte chiare. È stato comunicato il virus ma non direttive precise, imposte, che determinassero comportamenti indispensabili per difendersi. I media hanno proposto un bollettino di guerra sovrabbondante, però mancavano le informazioni di condivisione, che potevano avere una forte valenza solo se avvalorate da decreti ministeriali, come abbiamo potuto constatare. La comunicazione chiara è fondamentale, perché crea le condizioni per collegarsi a un vissuto sociale; il senso dello Stato in questi casi può fare molto. Se si spinge soprattutto sulla pericolosità e non sulla soluzione si scatena una sensazione di ansia diffusa e le vie di fuga, come abbiamo visto, sono molteplici, si è creata spesso in alcuni la negazione del problema.

È quello che è successo?

Poroprio così. Nell’immediato c’è stata una sorta di valutazione discrezionale delle informazioni, una libera interpretazione, che hanno portato ad una somma di comportamenti incoerenti. Molti hanno reagito con l’accaparramento: cerco di salvare me stesso, senza preoccuparmi della comunità. Vedi l’accaparramento alle mascherine, oggetti questi che dovrebbero essere, invece, ampiamente diffusi per il bene del singolo e della comunità.  Insomma, non pochi hanno risposto all’allarmismo dei media, rimuovendo il problema, facendo finta che non esistesse e che ci fossero quasi nulle possibilità di infettarsi. La cosa è migliorata nella seconda fase, quando è arrivata la chiusura della Lombardia. Con indicazioni più chiare, le persone hanno cominciato a modificare i loro comportamenti, per poi diffondersi un maggiore senso di condivisione e responsabilità, come stiamo assistendo in questi giorni.

Dalla psicologia, che indicazioni possono arrivare a media e politica per la gestione di una crisi di questo tipo?

Bisogna assegnare ad ognuno un compito sociale. Dare informazioni precise su ciò che ciascuno deve fare e sui risvolti positivi che questa “azione” può generare sulla collettività. Inoltre, tutto ciò che riguarda le notizie sull’emergenza deve essere impostato in modo saggio, facendo sempre riferimento all’aspetto scientifico. È importante che i media siano la voce di chi lo Stato ha delegato ad occuparsi del problema. Insomma, c’è bisogno di comunicazioni chiare ed istituzionali, solo così si può aumentare la condivisione. Si è andati in principio forse troppo dietro la notizia, solo adesso è più chiaro che chi fornisce informazioni sta specificatamente offrendo un servizio alla popolazione.

Fin qui abbiamo parlato delle reazioni al manifestarsi dell’emergenza. Ma il Coronavirus porta con sé un’altra possibile fonte di disagio psicologico, cioè la quarantena.

Sì, l’isolamento ha una sua pericolosità psicologica e va gestito bene. Resta fermo quanto detto finora sull’importanza delle informazioni che si divulgano e delle scelte che si fanno. Le persone devono capire perché sono in quarantena e possibilmente quanto durerà, devono essere protagoniste del processo di risoluzione del problema, la passivizzazione è rischiosissima. Tutto ciò che le persone subiscono le porta a vivere uno stato di impotenza e rassegnazione. Un fenomeno molto bello è quello a cui stiamo assistendo dai balconi delle nostre abitazioni, le persone cominciano a cercarsi e a connettersi non solo con i social.

Che effetti ha il disagio psicologico legato alla quarantena?

Quelli tipici dello stress post traumatico: rabbia, poco controllo delle emozioni, irritabilità, depressione, ansia generalizzata, insonnia, minore reattività e positività. Effetti che si manifestano in maniera più evidente in tutti coloro che hanno problematiche antecedenti.

Come ci si può proteggere?

Ripeto, è fondamentale occupare il proprio tempo collegandolo ad un livello di finalità sociale, essere connessi con le altre persone che sono nella nostra stessa condizione. In questo senso, i social sono molto utili perché permettono di comunicare verso l’esterno, di mantenere il contatto con gli altri. Per chi è in quarantena perché ha manifestato i sintomi della malattia o è risultato positivo, è essenziale beneficiare di un servizio di monitoraggio e informazione medica e di supporto psicologico, altrimenti rischia di cadere vittima del senso di abbandono.

Alla fine, la “parola magica” che ritorna in continuazione è “comunità”. È questa la chiave?

Sì. In questo dobbiamo amplificare il senso di condivisione, dobbiamo creare un forte senso di comunità. Noi stiamo pagando, in parte, lo scotto di comportamenti irresponsabili ma siamo anche capaci di inversioni di tendenza importanti, possiamo farlo anche stavolta, lo stiamo già facendo. È importante mandare questo messaggio positivo e ringraziare chi continua a lavorare per tutti noi, dagli ospedalieri, a chi sta nella catena degli approvvigionamenti, a chi, non dimentichiamo, ha continuato a fare donazione di sangue per salvare altre vite.

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