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- 20/2/2026
Reelaunchers | Puntata 7: Intervista a Loredana Toso
Un racconto a 360°, sincero, sul rilancio professionale che abbraccia orientamento, maternità, lavoro e aziende.
Oppure guarda la videointervista integrale
[E.B.]
Ciao a tutti, di nuovo benvenuti nella nostra rubrica che racconta storie vere di persone che si rilanciano. Oggi abbiamo un ospite d'onore, Loredana Toso. È d'onore perché è una mia collega, orientatrice Asnor. Benvenuta Loredana.
[L.T.]
Grazie Endrina, ciao a tutti.
[E.B.]
Bene, io sono particolarmente felice perché non vi anticipo nulla, però insomma con Loredana abbiamo delle novità in questa rubrica. Allora ve la presento: Loredana è un'orientatrice professionale che quindi segue, eh, progetti nelle politiche attive. È anche una orientatrice scolastica perché si occupa anche di progetti all'interno della scuola. In più è una professional branding coach. Giusto, Loredana?
[L.T.]
Esatto. Sì, giusto. Brava.
[E.B.]
Fantastico. E poi ci racconterai in modo un po' più dettagliato di un progetto che si occupa, di sostanzialmente supporto all'imprenditorialità. Quindi adesso però vorrei, eh, raccontare insieme a te un pochino la tua storia di rilancio, perché in questa rubrica ci sono sostanzialmente persone che chiaramente hanno, eh, come dire, avuto un percorso di rilancio professionale. E tra queste persone c'è anche Loredana.
Allora Loredana, ti chiedo subito se ci puoi raccontare qual è stato il tuo percorso formativo e da quale settore professionale tu provieni.
[L.T.]
Certo, Endrina. Il mio percorso formativo rispondeva - all'epoca - a quello che è sempre stato un po' il mio sogno nel cassetto da piccina, perché da piccolina sai che alla classica domanda: "Cosa vuoi fare da grande?" io ho sempre risposto che volevo far la giornalista e volevo girare il mondo.
Queste sono sempre state le mie due grosse leve, no? E, e quindi dopo un, dopo un liceo linguistico, quindi per studiare le lingue, ho scelto scienze politiche perché all'epoca dava proprio il, il via per entrare nel mondo del giornalismo.
Poi in realtà da scienze politiche mi sono appassionata al ramo del sociale e mi sono poi laureata in scienze politiche, indirizzo socio-antropologico, perché all'Università di Torino all'epoca non c'era antropologia, ci fosse stata avrei proprio abbracciato questo tipo di studi.
Dopo la laurea, ho seguito subito un percorso di specializzazione in ambito risorse umane. Questo è stato, diciamo, il mio percorso. Dopo questo corso sono entrata nell'ambito delle risorse umane, ho iniziato a lavorare per un'agenzia per il lavoro, era una multinazionale olandese, ed essendo entrata subito in questa realtà ho avuto la fortuna di fare una bella carriera apicale, quindi di diventare poi nel giro di otto, nove anni, la figura di riferimento a livello centrale nella gestione di tutte le ricerche di personale a livello Italia, anche un po' all'estero, di qualunque tipo di profilo e anche su qualunque tipo di settore.
In più gestivo anche tutta la parte di gestione delle candidature, quindi database, i primi database per individuare i candidati giusti. Quindi questa è stata una bellissima esperienza. Mi mancava però sempre il tema internazionale, quindi a un certo punto ho preso un anno sabbatico e sono andata in Svezia.
[E.B.]
Ah.
[L.T.]
E in Svezia, sì, in Svezia sono andata a approfondire il tema dell'employer branding, che all'epoca era veramente una parola sconosciuta, no? Si diceva: "Employer branding, che cos'è?"
E quindi ho fatto questa esperienza bellissima in una multinazionale che lavorava con grosse realtà e quindi lì ho avuto modo di imparare quali sono le tecniche, le strategie, sempre da parte delle aziende, per entrare in contatto e comunicare efficacemente con il mercato dei talenti.
Poi sono tornata a casa in Italia, ma i miei genitori erano un po' anziani all'epoca, io ho sentito il bisogno di tornare a Torino. Io sono torinese, si sentirà anche dall'accento probabilmente. Quindi torno a Torino, non sono riuscita a ricollocarmi subito in quell'ambito. E quindi cosa ho fatto? Sono andata a contattare il, il mio grande altro amore che è stato l'antropologia, il mio professore di antropologia, e quindi mi sono inserita in un progetto, e quindi qua è entrata la formazione in un master internazionale che formava dei profili legati al peace keeping, quindi all'operazione di pace, che era stata anche una mia tesi di laurea.
E quindi lì mi sono occupata di supporto agli studenti, selezione degli studenti, incontro con le imprese, ma ho iniziato anche ad approcciare tutto il tema della rendicontazione, della progettazione, perché come master noi prendevamo i fondi appunto da vari enti. Nel frattempo, ho deciso, maturato dentro me, la decisione di cambiare.
Quindi dall'aiutare le imprese ad entrare in contatto con i candidati, ho deciso di fare il salto, no Endrina? E quindi sono andata ad aiutare - volevo aiutare le persone ad entrare in contatto con le aziende. È sempre stato il mio sogno. L'orientamento, l'orientatrice, che è quello che faccio adesso, è stato sempre una professione che io ho cercato quando ero più giovane. Quindi io cercavo gli orientatori, ma all'epoca non c'erano.
[E.B.]
Non c'era un nome.
[L.T.]
No, non c'era tutto questo fermento, no? E quindi, proprio in quel periodo del master ho iniziato io a seguire un master in orientamento placement e quindi a prendere delle competenze più serie in questo ambito. Poi purtroppo il master dove lavoravo ha chiuso i battenti e quindi nuovamente ho dovuto di nuovo rimettermi in gioco. Ho lavorato per un po' come direttore del personale in una università americana, dopodiché sono approdata al terzo settore.
Quindi ti dicevo prima, non ho un settore di provenienza perché in realtà erano tanti. Le esperienze fatte erano tutte un po' complementari. Quindi nel terzo settore ho scoperto un mondo che non conoscevo e lì sono andata a occuparmi di progetti di inserimento lavorativo, di risorse diciamo appartenenti alle categorie fragili.
...è stato molto interessante. E lì il presidente della mia cooperativa intuì in me questa caratteristica di progettazione, questa vena metodologica, metodica. Così mi affidò - e mi fece un grande, un grande regalo - la gestione, quindi creammo questo nuovo dipartimento che aveva l'obiettivo di gestire e creare progetti di mobilità transnazionale in ambito di studio e lavoro.
Mi sono occupata di mandare all'estero professionisti, ragazzi, giovani per fare esperienze di studio e lavoro. E poi a 42 anni sono rimasta incinta. Ho detto ai miei colleghi: "Vabbè, non c'è problema, adesso appunto benissimo divento mamma, non vi preoccupate, tanto quattro mesi e ricominciamo". Mia mia figlia è nata a gennaio e io avevo un meeting in Polonia per uno di questi progetti sull'orientamento. Ho detto: "Non vi preoccupate, la pupa me la porto in Polonia”.
[E.B.]
Sì.
[L.T.]
E, e ovviamente poi non mi ha più visto nessuno, perché poi quando sono diventata mamma ho deciso, insomma ho fatto una scelta di cui sono assolutamente soddisfatta, di seguire mia figlia. E quindi poi lì c'è stato il periodo, no? Quello di cui parlavamo prima, Endrina, il fatto di fermarsi, perché quando poi ti fermi esci dal giro. Io sono stata ferma quasi sei anni, eh, non poco.
A un certo punto mio marito iniziava a dire: "Ma, ehm, insomma, adesso inizia a trovarti un lavoro", anche perché poi a livello economico, no, Endrina? È importante.
[E.B.]
Certo, certo, assolutamente.
[L.T.]
E quindi, rispondendo alla tua domanda: come ha impattato sulla carriera il fatto di essermi fermata, ha impattato pesantemente, perché io sono diventata proprio un'altra persona. Mi sono occupata proprio di mia figlia a tempo pieno.
[E.B.]
Quindi una vera e propria trasformazione, in realtà, no?
[L.T.]
Completa, completa. Endrina. Ti dico che i miei colleghi milanesi non mi riconoscevano. Dicevano: "Ma sei tu veramente? Ti sei fermata". Ebbene sì. Però, come ti dicevo poi alla fine lo sconforto…
[E.B.]
Aspetta, aspetta, aspetta, non mi anticipare troppo.
[L.T.]
Vado, mi fermo. Sta di fatto che a un certo punto è nato il tema del rilancio. Questa parola chiave, veramente, che è nata facendo un colloquio con un'associazione di volontariato qua del paese dove mi sono trasferita. Si è iniziato a parlare di rilancio. E sai cosa è successo, Endrina? C'è stato un momento topico. Era un'estate, pensando a una mia amica che aveva iniziato una sua attività su un progetto al quale onestamente io non avrei dato due lire, ma che in realtà poi a questa ragazza, insomma è andata bene, mi sono detta: "Ma se ce l'ha fatta lei, perché non ce la posso fare io?" E quindi è nato proprio questo, è partito questo tema del rilancio. E ho iniziato a cercare nella rete informazioni sul rilancio. Ripartire, ripartire nella ricerca del lavoro. E lì ho trovato questa risorsa eccezionale che è stato un video, TEDx Speaking di Carol Fishman Cohen, che è questa signora americana che raccontava proprio la sua esperienza di rilancio professionale. Questa signora...over 60 tra l'altro, è stata veramente, sai quelle esperienze che proprio segnano, quel video.
Questa signora raccontava, ormai sessantenne, la sua esperienza. Mamma di quattro figli, lei era una esperta nell'ambito amministrativo, amministrativo contabile, ha avuto quattro figli e si è fermata 11 anni dal mercato del lavoro.
A quel punto ha raccontato proprio il rientro, ha raccontato le stesse cose che io provavo e a un certo punto, ha detto che appunto lei si è rilanciata e ha creato questa società che si chiama iRelaunch. È una società americana che poi sono andata a cercare: aiuta proprio le persone nel rilancio professionale. Ho scoperto che quindi in America c'era questo settore, ho scoperto che esistevano i returnship, quindi ho scoperto un mondo e da lì, Endrina, ho preso di nuovo la fiducia di tornare a fare, a provarci. È partito tutto.
[E.B.]
Vorrei inserirmi perché hai toccato un punto fondamentale. Hai definito il rilancio un mondo, perché di fatto sempre di più stiamo scoprendo, ma io stessa più sento storie, poi noi facciamo insomma le orientatrici, no? E più ti rendi conto di quante persone passano attraverso una transizione, se non ci sono passate vorrebbero, alcune vorrebbero ma non riescono o non possono, anche per il tema economico di cui parlavi tu.
Però ti faccio una domanda intanto. Hai parlato di un mondo di persone che si rilanciano. Hai parlato anche di autostima quando parlavi della tua storia, quindi volevo sottolineare, diciamo, questa parte che credo sia importante appunto in questo processo: in che modo c'è stato un impatto sulla tua vita lavorativa dopo questa interruzione?
[L.T.]
È stato enorme l'impatto, perché io ero la classica donna che veniva definita in carriera, no? Quindi, tutti i giorni in ufficio, poi ti dicevo avevo anche delle esperienze a livello internazionale, quindi a un certo punto era proprio un tipo di vita completamente diverso.
Tieni conto che dall'oggi al domani io mi sono fermata e ho fatto completamente altro. Sono anche proprio entrata in un mondo diverso, che era il mondo delle famiglie, che io prima non conoscevo. Ho iniziato da avere delle frequentazioni differenti, frequentare le mamme, frequentare luoghi diversi.
Quindi è stato un impatto molto, molto forte perché mi ricordo i colleghi poi hanno iniziato anche a un certo punto a richiamarmi: "Insomma, torni, ci sono dei progetti da scrivere", "Ma no, guardate, ancora, ancora un attimo". Eh, perché giustamente facevo anche la progettista, la progettista è una figura anche ricercata, no? Perché porta dei fondi alle imprese. E quindi sicuramente l'impatto è stato enorme.
[E.B.]
Ecco, si vede che tu sei del settore perché in tutte queste parole, ne dico qualcuna, hai praticamente descritto uno degli strumenti che noi usiamo nell’orientamento, che è il bilancio di competenze. Quindi hai parlato di ricostruzione, vedi ormai lo fai in modo naturale, ricostruzione, identificazione delle competenze che ti servivano, riqualificazione, quindi stiamo parlando di formazione, no? Rendersi spendibili per il mercato del lavoro e rendersi anche più competitivi, no? Attraverso la riqualificazione. Quindi, insomma, hai toccato un punto centrale nell’orientamento, perché di fatto fermarsi, fare il punto su se stessi rappresenta per noi orientatori, correggimi se sbaglio, un punto sostanziale nel percorso, giusto?
[L.T.]
Ma assolutamente, assolutamente. Poi è stato lì che io ho incontrato Asnor, perché nella mia ricerca di riqualificazione sono poi entrata in contatto con Asnor, è stato poi lì che ho seguito il percorso. Ho seguito un percorso di alta formazione. E poi soprattutto, ti dicevo, c’è stato proprio quel momento specifico. A volte succede. E ho detto: “Ma perché non posso? Perché non posso realmente anch’io coronare il mio sogno?”
Da piccola volevo fare la giornalista. In realtà il tema era sempre quello di raccontare storie, trovare storie, notizie, era quello il discorso del giornalismo. Ho detto: “Perché non posso? Ho sempre sognato di lavorare come libera professionista, perché in questo momento mi sono fermata, ho scoperto anche delle risorse che non avevo in me, che non sapevo di avere, ne ho potenziate delle altre. Perché in questo momento non ci posso provare?” E quindi da lì ho poi preso la forza e ho fatto quel percorso di cui dicevi tu. Mi sono quindi… ho fatto un piano delle mie risorse, un piano che guardava le mie competenze, ma non solo, anche le risorse che avevo attorno, le risorse economiche, le persone accanto a me, le tempistiche. E poi appunto sono andata, ho ripreso proprio il percorso, il cammino. E adesso sono contentissima, sono contenta perché comunque è quello che volevo fare. Come ti dicevo, quando ho finito l’università, io avrei voluto incontrare una Endrina Brito, una Loredana Toso che mi potessero aiutare a chiarirmi le idee sul futuro, ma non c’erano all’epoca. E quindi sono contenta che invece adesso noi orientatori siamo figure più conosciute, più diffuse, quindi possiamo aiutare le persone perché l’orientamento è essenziale nella vita.
[E.B.]
Sì, perché poi ricordiamo anche questa cosa, perché tante persone non lo sanno. Noi appunto facciamo parte di Asnor, Associazione Nazionale Orientatori. Siamo quasi 2.000 distribuiti capillarmente su tutto il territorio nazionale. Quindi per chi volesse un orientatore magari si preoccupa, non necessariamente devi farlo online perché ci sono…
[L.T.]
Sì.
[E.B.]
È anche possibile chiaramente farlo online, ormai siamo una società tecnologica, è una questione anche di comodità a volte, no? Però diciamo che noi siamo tanti su tutto il territorio nazionale, anche in piccoli paesini in cui uno non direbbe, no? È vero?
[L.T.]
No, no, è vero, assolutamente. Sì, sì, è vero. Infatti, poi ho trovato una collega di Asnor qua veramente nel paesino di fianco a me, combinazione. No, è vero, è proprio così. Per cui sono contenta, però appunto il percorso è stato lungo. C’è stato comunque un periodo di fermo, di career break, è stato poi molto importante e quindi ha richiesto poi anche del tempo nella ripartenza. Ecco, questo.
[E.B.]
Loredana, perché per te è importante parlare di rilancio professionale?
[L.T.]
Per me è importante parlare di rilancio professionale prima di tutto per dare il messaggio, infatti davvero ti ringrazio di questa rubrica, Endrina, perché è importante dare il messaggio che si può, ci si può rilanciare professionalmente.
Quindi la prima cosa è dare il messaggio. In questo momento sono tantissime le persone che per tante ragioni si fermano e devono ripartire. Quindi è importante parlare di rilancio professionale perché coinvolge tante persone. Ci sono le persone che si fermano per ragioni familiari, per ragioni di salute, per ragioni di trasferimento. Ci sono persone che a un certo punto non possono più svolgere il lavoro che facevano prima, per ragioni di salute, ad esempio. Quante persone magari sviluppano un mal di schiena, ahimè, ho lavorato per 20 anni in questo settore, adesso non posso più farlo, che cosa faccio? Quindi il tema del rilancio professionale è un tema molto, molto ampio, che interessa le persone che si sono fermate, moltissime, ma anche le persone che vogliono cambiare professionalità. Con Asnor parlammo di questo tema già un anno e mezzo fa o due, partendo dai dati di un’indagine di Save the Children molto interessante, era un’indagine con i dati del 2022.
L’indagine si chiamava “Le equilibriste” e fotografava proprio un po’ l’immagine della maternità in Italia. E quello che veniva fuori in maniera molto forte era proprio il fatto che nel nostro Paese tante donne a seguito della maternità poi sono ancora ferme. Abbiamo dei tassi di inattività delle donne che sono molto più elevati rispetto ad esempio al Nord Europa o ad altri Paesi europei. Per cui bisogna parlarne perché è un tema che riguarda tante, tante persone. In più ci sono invece diverse risorse, tante persone che ce l’hanno fatta a cambiare pelle. Io incontro quotidianamente persone disoccupate, ad esempio nell’ambito delle politiche attive del lavoro. E ci sono tante persone che riescono comunque a cambiare. Ad esempio, anche il progetto GOL, che se ne parli bene o male, per carità, con tutti i suoi difetti, comunque dà la possibilità alle persone che vi entrano di fare un percorso di upskilling o di reskilling, di prendere nuove competenze che le possono aiutare a riproporsi.
[E.B.]
Assolutamente. Allora, io volevo ricordare che, per chi magari non è del settore o non segue le politiche attive, GOL è un progetto sotto il cappello del PNRR, Piano di Ripresa e Resilienza, sta per Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori.
Quindi magari per chi non è del settore. E peraltro hai toccato un altro tema fondamentale che è quello anche della maternità, perché è verissimo che tantissime donne, quindi questo gender gap di cui spesso si parla, poi rimangono addirittura alcune fuori dal mercato del lavoro, perché noi siamo anche fortunate per qualsiasi motivo sia, però poi di fatto c’è una bella fetta di donne. Leggevo proprio oggi una statistica che viene dall’ente Euroguidance, che si occupa di orientamento a tutto tondo, in cui appunto ancora è alto il tasso di donne che hanno basse competenze, che non si riqualificano, perché poi, come dici tu, magari c’è anche chi molla, diciamolo. C’è chi dice: “Vabbè, ma chi me lo fa fare”, no? E poi hai toccato un altro tema importantissimo che noi, linkediniani e persone anche come te che scrivono su riviste di settore, che scrivono contributi, che condividono, conosciamo bene: il famoso problema degli over 40, 50, quindi le persone, per dirla facile, che sono al di là di una certa età, che fino a un certo punto – credo che il trend stia scendendo – però abbiamo avuto per anni questo martello del “oltre i 35 anni non ti puoi praticamente candidare”, cioè quasi ci hanno tolto la speranza del lavoro dopo i 35 anni. Però mi sembra che si siano dati una calmata gli HR, diciamolo.
[L.T.]
Ma poi non ci sono, cioè cercano candidati che poi non ci sono, alla fine.
[E.B.]
Perché poi cercano candidati che non ci sono. Quindi insomma, adesso utilizziamo le nuove generazioni perché sono smart, nuove, magari portano anche idee innovative, chi lo sa. Però utilizziamo anche gli over, quindi stiamo tirando l’acqua al nostro mulino, perché scherzi a parte, comunque sono persone, i senior, che hanno competenza. Io dico sempre anche uno standing diverso a livello lavorativo, no? Purché venga risolta questa specie di competizione che a un certo punto si era creata tra gli over 40, 50, 60 e i giovanissimi. Invece in realtà si può lavorare con varie generazioni. Certo…
[L.T.]
Certo.
[E.B.]
…le aziende, e quindi a favore degli HR, in questo caso devono fare di sicuro un grande lavoro, però anche lì si può parlare di competenze da sviluppare, competenze trasversali di cui io parlo spesso, perché conta molto il modo in cui noi approcciamo.
[L.T.]
Sì, mi è venuto in mente proprio mentre parlavi: i giovani e i grandi. Quello che volevo anche dire, perché parlare di rilancio professionale, è il fatto che ad esempio ci sono degli strumenti che possono agevolare il rilancio professionale. Non sono moltissimi, ma qualcosa c’è. Prima parlavamo del returnship, di questi progetti di returnship, ad esempio negli Stati Uniti. Comunque da noi ci sono dei piccoli incentivi che sono destinati ai datori di lavoro che assumono persone che sono state ferme, ad esempio donne ferme da più di 24 mesi, in alcuni territori più di 12 mesi. La stessa NASpI, che comunque è il paracadute economico per le persone disoccupate, dà anche la possibilità di avere degli incentivi economici interessanti per un datore di lavoro che poi investe sulle persone in NASpI. Piuttosto che c’è la possibilità anche di fare degli apprendistati professionalizzanti per le persone che magari si sono fermate, sono disoccupate e vogliono cambiare settore. È possibile sommare la NASpI, si può sommare allo stage, che quindi nuovamente ci dà la possibilità di inserirci in contesti nuovi cambiando pelle, ripartendo.
[E.B.]
Esatto. Sì, sì, assolutamente.
[L.T.]
Qualche piccolo strumento per il rilancio professionale. Io mi rendo conto parlando davvero tutti i giorni con le persone che queste agevolazioni, questi strumenti non sono conosciuti. Quindi quando a me le persone dicono: “Caspita, ma io non lo sapevo, avevo trovato quello stage, ma sa, io ho 52 anni e mi sembrava di rispondere…”, io dico: “No, guardi che se lei è in NASpI ha la possibilità di accettare uno stage senza perdere la sua indennità, questo le serve proprio per entrare in un settore nuovo”.
[E.B.]
Certo.
[L.T.]
Quindi la ragione è quella: che in realtà ci sono dei piccoli strumenti, siamo all’inizio, ma io sono fiduciosa, Endrina, penso che poco per volta necessariamente dovremo introdurre degli strumenti che aiuteranno sempre di più il rilancio.
[E.B.]
Ecco il valore aggiunto che io avrei sottolineato dopo, no? Parlare con te, quindi parlare tecnicamente anche di soluzioni, possibilità, opportunità, perché tu sei del settore e quindi conosci tutta una serie di politiche che in realtà le persone magari non conoscono molto, forse dovrebbero essere ancora più condivise, divulgate. E quindi insomma, per chi è interessato a un rilancio o anche a temi di questo tipo, continuate a seguirci, ovviamente. E senti Loredana, allora se tu dovessi pensare a due elementi fondamentali, sempre a proposito del tema rilancio, quali sarebbero questi fattori da citare?
[L.T.]
Bella domanda. Allora i due… ce ne sono tanti, sono tanti i fattori che evidentemente sono importanti nel rilancio. Se dovessi sceglierne due ti direi: il primo è il mindset, quindi la convinzione, il crederci. Non è una competenza, ma il fatto di crederci, di avere fiducia, di avere determinazione, quindi quello che chiamano il mindset, la tua attitudine. Secondo me quello fa davvero la differenza, è l’elemento chiave. Ma l’ho vissuto io in prima persona quando sono stata un anno e mezzo in quella credenza negativa per cui dicevo: “No, non ce la faccio” e quindi non ce l’ho fatta. Io ricordo sempre questa frase di Henry Ford: “Che tu creda di farcela o non farcela avrai comunque ragione”. Ed è vero, è proprio così.
[E.B.]
Come il calzolaio, come si dice, no?
[L.T.]
È così. Però è verissima. E io lo vedo con le persone con cui entro in contatto. Se tu ci credi, ce la fai. Ovvio che non devi dire: “Mi voglio ricollocare solo in quell’azienda”. Ci vuole un po’ di flessibilità, ci vuole un piano A, un piano B, anche un piano C. Ci vuole del tempo, però se ci crediamo le cose poi avvengono. Quindi il primo ingrediente è il mindset positivo.
[E.B.]
Ti chiederei, faccio l’avvocato del diavolo: come faccio a sviluppare questo mindset positivo?
[L.T.]
Non c’è un metodo. Quello che ti dico è: la prima cosa è rendersi conto che è fondamentale. Se non ci credi, non funzionerà. Io ad esempio seguo in questo momento una ragazza che ha molto, molto bassa autostima. Allora prima di partire col rilancio devi lavorare su quel tema lì, perché se tu inizi a cercare lavoro ma non ci credi, è inutile.
E da qui mi aggancio al secondo ingrediente che secondo me è essenziale nella ricerca di lavoro, che è un metodo. Quando tu cerchi un rilancio, vuoi ripartire nel lavoro, devi seguire degli step. Io credo tanto nel metodo, perché è inutile che inizi a mandare curricula se non hai idea di quello che vuoi fare. È inutile che tu vada a fare colloqui se sei ancora arrabbiato con il tuo datore di lavoro precedente, perché porti quella negatività al tuo interlocutore.
Quindi tornando alla tua domanda: come faccio a sviluppare un mindset positivo? Devo innanzitutto rendermi conto che non ci credo. Se non ci credo, non funzionerà. E allora inizio a lavorare su questo tema, da sola oppure con l’aiuto di professionisti.
[E.B.]
No, non spoilerare troppo, magari poi facciamo un’altra intervista dove raccontiamo il metodo.
[L.T.]
Però giustamente, senza un metodo ci si perde. Ci sono tanti step da fare prima di ripartire: la formazione, il bilancio di competenze, la preparazione degli strumenti, la programmazione. Avere un metodo con degli step fa sì che io non mi perda e non mi senta sola in questo percorso.
Il metodo mi aiuta anche a scandire il tempo, a procedere per fasi e a vedere i progressi. Posso applicarlo da sola oppure farmi aiutare da un professionista. Ma è fondamentale perché evita anche la demoralizzazione. Dopo un po’ di tempo, se non arrivano risultati, è fisiologico scoraggiarsi. Invece il metodo mi dà struttura e direzione.
Quindi, rispondendo alla tua domanda: mindset positivo e metodo.
[E.B.]
Ah, quindi mindset positivo e metodo, perfetto.
[L.T.]
Esatto.
[E.B.]
E volevo solo concludere questa tua risposta sottolineando che gli orientatori non fanno miracoli. Lo dico sempre all’inizio di un percorso: gran parte del lavoro lo deve fare la persona. Se non c’è fiducia, motivazione e focus, l’orientatore può aiutare poco.
Un altro aspetto importante è capire quando la difficoltà non è solo orientativa ma riguarda un ambito più profondo, come la bassa autostima che può richiedere un supporto psicologico.
In Asnor abbiamo anche figure trasversali: orientatori che sono psicologi, psicoterapeuti, coach. Io per esempio sono una coach, Loredana si occupa di personal branding coaching. Però è importante chiarire questi confini.
Senti, ti faccio l’ultima domanda: cosa diresti oggi ai recruiter per rendere il mercato del lavoro più inclusivo e attento alle esigenze dei candidati?
[L.T.]
È una bella domanda e apre scenari ampi. Io credo che sia importante diversificare i meccanismi di selezione. Il classico colloquio non è più sufficiente per individuare le risorse giuste.
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