Lunedì 15 Luglio 2024

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  • 20/6/2024

LET'S TALK | Puntata 1: Intervista a Alessio Carciofi, Docente in Marketing e Digital Wellbeing

Il digitale e le tecnologie sono sempre più pervasive e minacciano la nostra serenità e la nostra produttività. Come difenderci? Su cosa lavorare per essere più consapevoli? Ci guida in questo viaggio di orientamento al benessere digitale Alessio Carciofi, Docente in Marketing e Digital Wellbeing, Autore di "Wellbeing. Il futuro umano e digitale del benessere", edito da Il Sole 24 Ore.

Puntata 1 – Ospite: Alessio Carciofi, Docente in Marketing e Digital Wellbeing. Lo intervista Vito Verrastro, direttore responsabile del magazine L’Orientamento.

Ascolta il Podcast qui

VV - Parliamo di orientamento al benessere con Alessio Carciofi, che da oltre 10 anni collabora con aziende e persone per costruire una vita digitale sana e produttiva; è un esperto di Digital wellbeing e il suo nuovo libro edito dal Sole 24 Ore si intitola proprio “Wellbeing - Il futuro umano e digitale del benessere”: una vera e propria guida pratica per le aziende ma anche per le persone - perché poi le aziende sono un insieme di persone - con tanti consigli pratici per vivere con serenità il digitale.

Dopo la bolla sospesa della pandemia sapevamo che ci sarebbe stata una nuova accelerazione e così è stato; l'impatto dell'intelligenza artificiale sta producendo tantissimi sviluppi, in positivo e e in negativo, e siamo in perenne stress da produttività: iniziamo dai problemi per poi arrivare alle soluzioni. I dati ci dicono che in Italia lavoriamo di più ma produciamo di meno, quindi il buon vivere nel Bel Paese ce lo riconoscono magari solo i turisti che vengono qui per vacanza, mentre per chi ci vive si inseguono e si susseguono indagini sui tassi di infelicità di ansia e di patologie che coinvolgono un po' tutti. Probabilmente una delle concause è il nostro nuovo vivere perennemente connessi, nella nostra dimensione phigital, a metà fisica e a metà digitale, o “onlife”, come la definisce il professor Floridi, con evidenti riflessi su tutti noi. Sono i giovani le prime vittime di questo stato di cose, che viene amplificato dall'incertezza e dalla complessità che hanno preso il centro della nostra mappa? 

AC - Grazie Vito per la presentazione e per questa bellissima opportunità di riflessione. La domanda è molto ampia e ti dico subito non sono solo i giovani a a soffrirne; l'anello debole siamo tutti noi, compresi all'interno di questa grande rivoluzione epistemologica del mondo del lavoro. Nel momento in cui parliamo stanno mutando le dimensioni: siamo passati da un controllo a un output, da un mondo legato alla presenza ad uno più legato alla forma. Al centro oggi c’è più il come lavorare che il dove, e stiamo entrando in una dimensione in cui la tecnologia sarà sempre più invasiva, pervasiva, ci conoscerà sempre di più per enne situazioni - alcuni lo chiamano stato di sorveglianza -. La tecnologia aumenterà e all'aumentare della tecnologia aumenteranno anche le sfide e dovremo mitigare i rischi.

Parlavamo dei giovani: la mia è un’esperienza diretta, all'Università: quando entro, non mi trovo più davanti a una platea di ragazzi intenti a seguire la lezione, ma ragazzi educati alla performance, a prendere appunti come se fossero degli stenografi. Ecco, già questo primo esempio molto semplice ci racconta che manca la relazione o perlomeno viene meno quella relazione tra il docente e la fase di apprendimento, perché sappiamo benissimo che gli strumenti digitali sono ottimi ma a volte sono pessimi padroni. E allora questo che cosa significa? Significa che dobbiamoritornare a comprendere le regole del gioco: negli ultimi 20 anni o non sono state dette o a volte non abbiamo avuto il coraggio di leggere il bigliettino illustrativo; perché anche i più volenterosi che lo hanno trovato, a volte si sono distratti. Quindi il tema oggi è molto attuale e di base porta in evidenza un focus fondamentale: non possiamo più investire solo nella tecnologia, perché la stessa tecnologia è fatta dagli umani, e allora noi dobbiamo ritornare al nostro posto.

VV – Vero, il migliore investimento è quello su noi stessi e sulla nostra consapevolezza di fronte alle tante: la dopamina da like e da follower, la dittatura degli algoritmi, la Filter Bubble (la bolla in cui gli algoritmi iniziano a decidere i contenuti da farci vedere), il rischio isolamento. Quali sono le prossime sfide da affrontare, che magari sono già tra di noi?

AC - Quelle che hai menzionato sono molto molto attuali e ovviamente non significa che le abbiamo risolte; aggiungerei il tema delle fake news, dei deepfake, l'etica, perché qua si tratta proprio di capire come usare la tecnologia. Voglio ribadirlo ancora: la tecnologia è un grandissimo alleato nella misura in cui rientra nell’ambito della strumentazione. Nel momento in cui lo strumento agisce e controlla in qualche modo l'umano non è più uno strumento. Significa che per noi, nel nostro ambito lavorativo, l'intelligenza artificiale ad esempio potrebbe diventare un ottimo alleato nel momento in cui noi la conosciamo o perlomeno la riconosciamo; il vero tema da qui in avanti è l'etica, sia per chi utilizza che per chi gestisce queste piattaforme che reinventano un po' le regole del gioco.

Siamo in un terzo tempo: il primo è stato l'epoca di Internet, ce la ricordiamo tutti questa enfasi di andare sul www; la seconda epoca è stata quella dei social network, uno dietro l'altro – e già dalla prima epoca alla seconda c'è stato un grande capovolgimento, una grande pervasività -; ora questa terza epoca è dettata dall'intelligenza artificiale generativa, che riesce a fare cose anche molto sorprendenti. In questa terza epoca, cosa ci portiamo dietro delle altre due, o perlomeno quali sono gli errori da non rifare o perlomeno da ridurre? Se noi attraversiamo queste tre epoche senza comprendere, senza elevare, senza ambire a una conoscenza ma soprattutto a una profondità, stiamo solo usando gli strumenti senza accrescere la nostra evoluzione.

VV - Ribalterei a te la domanda: quali sono gli errori da non commettere e qual è il giusto senso da mettere in campo per usare al meglio la tecnologia e non esserne usati?

AC - Dovremmo ragionare non solo intorno alla questione del tempo che ci vede connessi a devices e piattaforme, ma anche intorno alla nostra Digital Nutrition, cioè un nutrimento digitale, chiedendoci quali sono i contenuti che mi portano a migliorare? Restando nella metafora, se trascorriamo buona parte del nostro tempo digitale in modo inconsapevole stiamo assumendo dei lipidi o dei grassi. E c'è anche un aspetto legato al dove: dove noi frequentiamo questi contenuti. Un contenuto può essere anche molto interessante, ma se lo guardiamo prima di andare a letto lo stesso contenuto può arrecare dei danni, perché gli studi ci dicono che l'incidenza della tecnologia all'interno del ciclo veglia e sonno è molto molto correlato, e ci dicono anche che l'80 degli italiani va a letto e si risveglia con un cellulare tra le mani (!). Questo significa che stiamo delegando un controllo a qualche cosa fuori di noi, e allora la cosa più importante è ritornare ad ascoltare la notifica più importante che abbiamo, quella del nostro corpo. Noi tutti abbiamo un WiFi o un router interiore, che è quello della nostra connessione, e si accede con la password che la maggior parte delle volte significa rallentare, riposare, silenzio o quant'altro. Queste sono le vere password per connetterci con noi stessi.

VV - Educazione al digitale, quindi; perché siamo talmente invasi dalla tecnologia da non avere avuto magari tempo e modo di leggerne il libretto di istruzioni, o comunque di capire come utilizzare al meglio questi strumenti. Nel libro scrivi che dovremmo immaginare la nostra mente un po' come un giardino che va curato e coccolato ogni giorno: è una metafora molto bella, analizziamola meglio.

AC - Sì, perché oggi questa info-obesity, cioè queste tantissime informazioni e input che abbiamo, alla fine non fa altro che far germogliare all'interno del nostro giardino interiore - che significa la nostra serenità, la nostra lucidità, il nostro prendere decisioni in modo molto consapevole - tantissime erbacce e arbusti che soffocano il nostro libero arbitrio, la nostra capacità empatica, la nostra capacità di stare in relazione. Questo significa che a volte dobbiamo distrarci - il che significa separarci, perché la radice è distraere e ci separiamo da quello che dovremmo fare ma anche da chi desideriamo essere -. Faccio un esempio tangibile: desidero imparare una lingua nuova ma mi trovo all'interno di questo mindset generalizzato del “non ho tempo”. Poi vediamo che questo tempo lo trascorriamo, magari inconsapevolmente, su varie piattaforme; e che magari tra un semaforo rosso e l'altro, invece di rilassarci andiamo a controllare l'email per rispondere subito. Tutto ciò aumenta il battito cardiaco e riduce la respirazione, e tutto questo ci porta poi a fine serata ad essere esausti.

Se non lo capiamo, non facciamo altro che aumentare questi arbusti all'interno del giardino interiore; lo sappiamo benissimo, la natura ce lo insegna, che per avere i frutti dobbiamo potare, dobbiamo tagliare, ma oggi facciamo fatica a tagliare o semplicemente a dire di no, per una serie di motivi. Ma nel benessere digitale, il primo step - che è anche quello più tosto - è quello di saper dir di no; sempre per fare un esempio pratico, se vai all'aperitivo di quella persona che ti sta antipatica perché altrimenti “sembra brutto dire che non ci vado”, significa che stai dicendo Sì agli altri e No a te stesso; quando invertirai questo paradigma avrai anche più tempo per te.

VV – Già. Anche perché decidere ha la stessa radice di recidere, tagliare, e quindi il dire di no per saper ritagliarsi degli spazi diventa fondamentale per il benessere emotivo di cui ci parli. Tra l'altro. leggevo che non sei solo un esperto ma hai anche attraversato una fase di burnout in prima persona.

AC - E grazie a questa tempesta ho capito cosa fare da grande, quindi a posteriori posso dire grazie. Come tutti i momenti bui della nostra vita, lì per lì ci sembrano catastrofi, poi capiamo che svelano un significante, oltre che un significato. Avevo la mia agenzia, mi occupavo di influencer marketing, dal 2009 fino al 2015; mi trovavo sempre all'interno di aziende che desideravano investire ed essere all'interno della visibilità digitale: dobbiamo andare un po' indietro nel tempo, c'erano le pagine Facebook, si iniziava a comparire su Instagram, c'era questa grande rincorsa all'essere online. Questo mi portava a essere sempre in una cultura del 24-7 in cui ero sempre disponibile; attenzione, non era che il digitale si insinuava in me, ero io che cavalcavo il digitale per essere riconosciuto e sentirmi produttivo e non perdere lavoro. Tutto questo però può essere sostenibile nel breve medio periodo, ma non nel lungo: l'ho capito attraversando un burnout digitale, e questo mi ha fermato. Non ho deciso io di fermarmi, ma quando uno non dorme per quattro mesi diventa tutto più grande, fai fatica anche a a comprendere alcune dinamiche... Io dico nel libro che il burnout è un viaggio in solitaria in cui tutti si accorgono di come stai, tutti tranne il diretto interessato.

Fermarmi era l'ultima cosa che avrei voluto fare in quella situazione, perché poi quando siamo all'interno di questo mindset della scarsità di tempo, fermarci ci fa paura. Ero come i tanti che oggi mi dicono “Tu non conosci la mia storia, io non posso rallentare…”. Quando sento queste cose mi riconosco, vedo tantissima compassione e vedo la fragilità che sta nella paura di rallentare, perché rallentare suona un po’ come “perdere”, e invece non è vero; abbiamo una meta narrazione, un uso sbagliato del del lessico all'interno del mondo corporate. In realtà, rallentare significa sapere dove andare e andarci con più consapevolezza. Se noi pensiamo che il rallentare ci indebolisca o ci faccia perdere tempo significa che siamo immersi in un sistema in cui la velocità è appannaggio della tecnologia mentre l'uomo, la natura, hanno i loro tempi.

VV - Sono passato anche io da questa fase del turbinìo e devo confermare che magari possiamo anche perdere qualcosa nell’immediato, ma nel medio e lungo periodo ci guadagneremo sicuramente tantissimo. E’ necessario creare quello “spazio bianco” di cui scrivi, uno spazio così importante in quest'epoca di iperconnessione. Il digital detox rientra in pieno in questo ragionamento o è solo una moda?

AC - Il digital detox va compreso all'interno di un paradigma più ampio, che non comprende gli estremi – asceti in una grotta o connessi 24 ore al giorno sette giorni su sette -. Va trovata la nostra dimensione; ci dobbiamo immaginare come se fossimo degli sportivi professionisti, con tre tempi da gestire: il tempo dell'allenamento, che potrebbe essere una giornata di brainstorming, una giornata in un open office o quelle che facciamo in multitasking; poi ci sono le attività di focus, quando ci concentriamo su attività specifiche durante la giornata con bisogno di un'attenzione focalizzata; e poi c'è il terzo tempo, quello più importante, in cui siamo veramente pochi, ancora: è il tempo del saper rallentare, recuperare, riposare, come fanno gli sportivi dopo una performance.

È qui il detox: mi sto riappropriando delle mie energie, sto aumentando la consapevolezza, so che quando mi riposo non posso leggere sempre l'email o fare una camminata in trekking o arrivare sulla vetta di un monte e guardare le notifiche del mio iPhone, perché se lo facciamo ci stiamo ricaricando solo a metà, perché c'è una parte emotiva che ci spinge poi dietro a quell’email, e allora significa che il digital detox - o il diritto alla disconnessione che è una tappa importante raggiunta - sarà solo un raggiungimento giuridico ma non emotivo.

VV – Visto in questi termini, il benessere digitale può essere definito una nuova competenza? Cioè è un qualcosa che va appreso che va trasmesso, che va educato su noi stessi e e sugli altri, oggi?

AC - Assolutamente sì! Ce lo dice l'Unione europea e ce lo dicono anche i nuovi trattati in termini di ESG (Environmental, Social e Governance): andremo sempre più in un passaggio dalla sostenibilità ambientale - importantissima - alla sostenibilità umana; se la tecnologia la farà sempre da padrone, occorre educarsi ad una nuova dimensione. Il Digicomp 2.2 dell'Unione Europea ci dice che oggi ci sono delle competenze tra cui il benessere digitale, esattamente come la Cybersecurity: se fino a 20 anni fa nei curriculum si metteva tra le competenze acquisite “Pacchetto Office”, oggi dobbiamo inserire queste nuove competenze; perché del resto è cambiato Internet ma, se ci pensiamo, le nostre competenze sono rimaste quelle del pacchetto Office.

VV - Andiamo sul piano dei consigli. Nel libro dici, facendo proprio un esempio pratico, che possiamo utilizzare le mail - ma io aggiungerei anche l'agenda, i calendar e altri strumenti - come un triage, con i vari codici: rosso, giallo, verde, bianco, in funzione delle priorità, delle urgenze. Questa strategia si inserisce nel più ampio solco della gestione del tempo ma anche degli strumenti. Quanto è importante questo aspetto?

AC - Importantissimo, perché se noi consideriamo prioritarie tutte le comunicazioni, nella bolla della info obesity, siamo alla stregua di un codice rosso: come dire che sono tutte importanti, tutte urgenti da evadere in quel tempo. Significa, di fatto, che il codice rosso alla fine siamo noi. E allora è importante prendere in considerazione che a non tutte le comunicazioni deve esserci una risposta in tempo zero. Mentre invece cosa accade? L'italiano medio accede e risponde all'email ogni sette minuti! In questo modo ottemperi le richieste degli altri ma non è detto che dai seguito alle tue priorità, alle tue urgenze; se invece eviti di rispondere a tutti e tutto subito, fai da vigile all'interno di questo maremoto di comunicazioni. Attenzione, però: evitiamo allo stesso tempo di non rispondere, evadiamo la richiesta del nostro interlocutore nei tempi giusti. E quando lo facciamo non scusiamoci per non essere stati presenti in tempo reale a quella mail, come se fosse un peccato. Possiamo rispondere dicendo: Ciao, X, eccomi a te, come a dire che ora hai tutta la mia attenzione. Facciamo quindi attenzione anche alle parole che usiamo, quando andiamo a rispondere.

VV - Restiamo in questo ambito e parliamo del kit di igiene digitale che citi nel libro. Leggendo, l'ho immaginato un po' come uno zaino virtuale dentro cui metterci tante piccole cose che al momento giusto ci portano verso la salvezza da questa intossicazione, da questa tossicità. E allora cosa ci dobbiamo mettere, in questo kit di “sopravvivenza”?

AC - Sì, il kit è proprio una cassetta degli attrezzi che ci aiuta comprendere come utilizzare al meglio le tecnologie. Dobbiamo metterci tre grandi sfere: la prima è la gestione del tempo; importante, centrale, ma non esaustiva. Le altre due vanno a intersecarsi in modo molto strategico con la prima. Parlo della gestione dell'attenzione, perché oggi la nostra vita dipende dalla qualità della nostra attenzione, e poi della gestione dell'energia, perché la maggior parte delle volte ci ritroviamo a fare i task o le attività più importanti quando abbiamo poca attenzione e siamo stanchi. Ecco, ricominciamo a rivedere anche quello che viene chiamato il concetto di peak performance, cioè se noi sappiamo di performare meglio in determinati orari - ovviamente per quanto ci è possibile - facciamo in quei momenti i task che sono più di impatto.

VV - Tutto ciò presuppone una profonda conoscenza di noi stessi, delle nostre fasi, del bioritmo, del ritmo circadiano, di tutto quello che compone la nostra giornata e anche qui è una questione di consapevolezza, e quindi di studio su di sé. Chiudiamo con i compiti a casa, alcuni consigli pratici per migliorare il nostro benessere digitale. Nel libro ce ne sono 21, qui diamone un estratto riservato alla community di ASNOR.

AC - Allora innanzitutto iniziamo la giornata nel miglior dei modi; si dice che la giornata inizi dalla sera prima, e allora ahimè anche qua il cinico che è in noi non accoglierà mai questo consiglio. Ma vi posso dire che è quello uno dei più importanti segreti: evitare di alzarsi e, appena svegli, prendere subito il cellulare in mano. Perchè se durante il sonno ci stiamo ricaricando, abbiamo bisogno di una fase soft al risveglio. Adottiamo allora la regola dell' 1%: se la nostra giornata è fatta da 1440 minuti, almeno 14 minuti appena svegli sono la nostra zona sacra di riconnessione con noi stessi. In quei 14 minuti, quindi, evitiamo cellulare e connessioni esterne.

Il secondo riguarda l’attenzione: siamo diventati cintura nera di distrazione, perché ci siamo allenati. Proviamo ad allenarci quotidianamente invece all'attenzione; fissa all'interno della tua giornata, del tuo calendar, anche solo 5 minuti – che per iniziare vanno benissimo - di attenzione, ovvero di lavoro senza distrazioni. Togli dal dal campo visivo il tuo smartphone, quando fai questi lavori. Mi si dice spesso: “Ma Alessio, solo 5 minuti?” Direi di sì, perché come recita anche un famoso proverbio, anche il più lungo viaggio inizia con un piccolo passo. Iniziamo a familiarizzare con questa nuova abitudine, perché questi 5 minuti ci portano poi alla conoscenza di noi stessi, dei nostri pensieri. Cosa potrà mai succedere se sto 5 minuti offline? Nulla, e saremo pienamente concentrati sul nostro compito.

Altro consiglio: individuare dei rituali di inizio e di fine giornata. Un rituale molto importante, come detto, è quello di evitare di controllare l'email o la sfera lavorativa nel letto, perché il cervello associa quella stanza come se fosse una un prolungamento della nostra attività di business o attività lavorativa; la camera da letto la dobbiamo arredare e concepire come il tempio massimo del benessere!

Trattiamo la chat o il nostro micro chatting come se fossero delle saune: fanno bene ma non ci dobbiamo stare del tempo prolungato, perché anche la sauna oltre i 15 minuti può avere effetti contro indicativi molto importanti

L'ultimo è quello di riappropriarsi del proprio corpo. Se una delle tendenze è il sedentarismo (si dice che i social siano le nuove sigarette), dobbiamo fare in modo di mettere in moto il nostro organismo. Magari dopo pranzo puoi fare una walking meeting, cioè fissare una una riunione - se proprio la devi fare - mentre cammini. Ma queste walking meeting non devono essere fatte nel weekend, quando stacchiamo e andiamo nel verde perché dobbiamo ritornare ai ritmi naturali. Lì i device sarebbero solo un'interferenza rispetto al nostro benessere.

Tutti questi consigli sono piccoli passi, sono realizzabili da ognuno di noi e ci miglioreranno la giornata e la vita. Puoi iniziare già da questa sera, magari andando a buttare la spazzatura senza portarti dietro il cellulare: sono curioso di sentire cosa dice la tua testa dopo questi piccoli consigli di benessere digitale.

VV - Alessio, grazie infinite. Credo che ci sia tantissimo da lavorare in questa direzione dell’educazione digitale; verso i giovani, di cui abbiamo parlato, ma anche verso noi stessi. Credo che la community di orientatori esca molto arricchita da questa chiacchierata, perché come persone, professionisti, adulti e consapevoli, che lavorano per sostenere le decisioni e le scelte, e più in generale la consapevolezza di altre persone, non possiamo ignorare questi consigli e queste riflessioni. Parola d’ordine consapevolezza, dunque, perché benessere significa anche felicità. Stop ad alcune pratiche tossiche e andiamo a migliorare la nostra vita, la nostra persona, le nostre relazioni.

In questo articolo si parla di

Dott. Vito Verrastro

Dott. Vito Verrastro

Orientatore Asnor, Direttore responsabile del Magazine l'Orientamento, Giornalista, Founder di Lavoradio.

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