Fortnite, il videogioco che crea dipendenza (?)

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150 milioni di adolescenti in tutto il mondo ci giocano. Dietro di loro, altrettanti genitori li osservano preoccupati, per capire se davvero Fornite, il videogioco del momento, può renderli “dipendenti”. Alcune storie, che rimbalzano dagli Stati Uniti, sembrano davvero allarmanti. Ma gli esperti invitano ad andare cauti.

I numeri di Fortnite, il videogioco che ha conquistato gli adolescenti

Chi ha figli o nipoti adolescenti ne ha sicuramente sentito parlare. Fortnite, infatti, è il videogioco del momento. Un game che in gergo si definirebbe “sparatutto”, dove vince chi sopravvive più a lungo ma anche chi sa districarsi con strategia nella costruzione di un vero e proprio mondo parallelo (ed è qui la sua forza).

Una “mania” che sta prepotentemente trasformandosi in un fenomeno di costume che inchioda al pc o alla console un esercito di ragazzi. Lo dicono i numeri: 150 milioni di adolescenti nel mondo hanno aperto un account di gioco e il 16 febbraio 2019 è stata raggiunta la cifra record di 7,6 milioni di giocatori connessi nello stesso momento (sì perché Fornite si gioca online, “fianco a fianco” tra sconosciuti). E pensare che il videogioco non ha ancora compiuto due anni.

Fornite è gratuito? Non proprio

Il successo di Fortnite si è rivelato una manna per la Epic Games, la società che lo commercializza, che nel 2018 ha chiuso il bilancio con 3 miliardi di ricavi. Ogni giocatore attivo ha speso una media di 96 dollari all’anno. Il download del gioco, infatti, è gratuito, ma per avanzare di livello, migliorare, progredire bisogna acquistare (o meglio “shoppare”, per rimanere nel gergo degli appassionati) le cosiddette “skin (oggetti, costumi, eccetera).

 

Bambini che giocano con i videogame

Dipendenza da Fortnite, l’allarme è reale?

Parallelamente all’esplodere del fenomeno Fortnite sono cominciati ad emergere i primi dubbi, legati soprattutto al tema della dipendenza da videogiochi, argomento delicato e controverso, che negli ultimi anni si sta ritagliando un posto di primo piano nei pensieri di genitori e educatori. Fortnite ha tutte le caratteristiche per finire sul banco degli imputati. In primo luogo, è un gioco che ha nella violenza uno dei suoi elementi caratteristici: non si fa (quasi) altro che sparare.

Ma c’è molto di più. La trama e i meccanismi su cui si regge (un mondo distopico in cui si lotta in 100 ma sopravvive uno solo) lo rendono profondamente coinvolgente, al pari delle migliori serie tv, in cui una puntata tira l’altra. Fino al punto che alcuni ragazzi passano ore davanti allo schermo, senza riuscire ad allontanarsi.

Negli ultimi mesi sono emerse situazioni estreme, come quella raccontata da Bloomberg: Carson, 17 anni e 12 ore ogni giorno passate a giocare a Fortnite. C’è anche però chi ridimensiona il fenomeno e chiede di evitare allarmismi, sottolineando come i casi “limite” rappresentino una percentuale minima di tutti coloro che giocano. Di certo, se dipendenza c’è, va approfondita lontano da Fortnite, perché probabilmente, come sottolineano gli esperti, il videogioco si limita a far emergere un disagio già esistente e con cause profonde.